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CAPITOLI:

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    • Capitolo I

      {1}1

      Nel principio Dio creò il cielo e la terra. Ma la terra era deserta e disadorna e v'era tenebra sulla superficie dell'oceano e lo spirito di Dio era sulla superficie delle acque.

      Dio allora ordinò: «Vi sia luce». E vi fu luce. E Dio vide che la luce era buona e separò la luce dalla tenebra. E Dio chiamò la luce giorno e la tenebra notte. Poi venne sera, poi venne mattina: un giorno.

      Dio disse ancora: «Vi sia un firmamento in mezzo alle acque che tenga separate le acque dalle acque». E avvenne così. Dio fece il firmamento e separò le acque che sono sotto il firmamento dalle acque che sono sopra il firmamento. E Dio chiamò il firmamento cielo. Di nuovo venne sera, poi mattina: secondo giorno.

      E Dio ordinò: «Le acque che sono sotto il cielo si accumulino in una sola massa e appaia l'asciutto». E avvenne così. Dio poi chiamò l'asciutto terra e alla massa delle acque diede il nome di mari. E Dio vide che questo era buono.

      Dio comandò ancora: «La terra faccia germogliare la verdura, le graminacee produttrici di semenza e gli alberi da frutto, che producano sulla terra un frutto contenente il proprio seme, ciascuno secondo la propria specie». E così avvenne. La terra produsse verdura, graminacee che facevano semenza secondo la propria specie e alberi che portavano frutto contenente il proprio seme, ciascuno secondo la propria specie. Poi Dio vide che questo era buono. Così venne sera, poi mattina: terzo giorno.

      Di nuovo Dio ordinò: «Vi siano delle lampade nel firmamento del cielo, per separare il giorno dalla notte; siano segni per feste, per giorni e per anni, e facciano da lampade nel firmamento del cielo, per illuminare la terra». E avvenne così. Dio fece le due lampade maggiori, la lampada grande per il governo del giorno, e la lampada piccola per il governo della notte, e le stelle. Poi Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra, per governare il giorno e la notte e per la separazione tra la luce e la tenebra. E Dio vide che era buono. E venne sera, poi mattina: quarto giorno.

      E Dio disse: «Brulichino le acque d'un brulichio d'esseri viventi, e volatili volino sopra la terra, sullo sfondo del firmamento del cielo». E così avvenne; Dio creò i grandi cetacei e tutti gli esseri viventi guizzanti, di cui brulicano le acque, secondo le loro specie, e tutti i volatili alati, secondo la loro specie. E Dio vide che era buono. Allora Dio li benedisse dicendo: «Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; e i volatili si moltiplichino sulla terra». E venne sera, poi mattina: quinto giorno.

      Di nuovo Dio ordinò: «La terra produca esseri viventi, secondo la loro specie: bestiame e rettili e fiere della terra, secondo la loro specie». E avvenne così. Dio fece le fiere della terra, secondo la loro specie e il bestiame, secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era buono.

      Finalmente Dio disse: «Facciamo l'uomo secondo la nostra immagine, come nostra somiglianza, affinché possa dominare sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame e sulle fiere della terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».

      Dio creò gli uomini secondo la sua immagine;

      a immagine di Dio li creò;

      maschio e femmina li creò.

      Quindi Dio li benedisse e disse loro:

      «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela,

      e abbiate dominio sui pesci del mare, sui volatili del cielo,

      sul bestiame e su ogni essere vivente che striscia sulla terra».

      Poi Dio disse: «Ecco, io vi do ogni sorta di graminacee produttrici di semenza, che sono sulla superficie di tutta la terra, e anche ogni sorta di alberi in cui vi sono frutti portatori di seme: essi costituiranno il vostro nutrimento. Ma a tutte le fiere della terra, a tutti i volatili del cielo e a tutti gli esseri striscianti sulla terra e nei quali vi è l'alito di vita, io do come nutrimento l'erba verde». E così avvenne.

      Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco che era molto buono. E venne sera, poi mattina: sesto giorno.


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    • Capitolo II
    • {1}2

      Così furono ultimati i cieli e la terra e tutto il loro ornamento.

      Allora Dio, nel giorno settimo, volle conclusa l'opera che aveva fatto e si astenne, nel giorno settimo, da ogni opera che aveva fatto. Quindi Dio benedisse il giorno settimo e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro servile che operando aveva creato.

      Queste sono le origini dei cieli e della terra quando Dio li creò. Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, ancora nessun cespuglio della steppa vi era sulla terra, né alcuna erba della steppa vi era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non vi era l'uomo che lavorasse il terreno e facesse sgorgare dalla terra un canale e facesse irrigare tutta la superficie del terreno; allora il Signore Dio modellò l'uomo con la polvere del terreno e soffiò nelle sue narici un alito di vita; così l'uomo divenne un essere vivente.

      Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva modellato. Il Signore Dio fece spuntare dal terreno ogni sorta d'alberi, attraenti per la vista e buoni da mangiare, e l'albero della vita nella parte più interna del giardino, insieme all'albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino; poi di lì si divideva e diventava quattro corsi. Il nome del primo è Pison: esso delimita il confine di tutta la regione di Avila, dove c'è l'oro: l'oro di quella terra è fine; ivi c'è il bdellio e la pietra d'onice. E il nome del secondo fiume è Ghicon: esso delimita il confine di tutta la regione di Etiopia. E il nome del terzo fiume è Tigri: esso scorre a oriente di Assur. E il quarto fiume è l'Eufrate.

      Poi il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse.

      Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: «Di tutti gli alberi del giardino tu puoi mangiare; ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiarne, perché, nel giorno in cui tu te ne cibassi, dovrai certamente morire».

      Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto a lui corrispondente». Allora il Signore Dio modellò dal terreno tutte le fiere della steppa e tutti i volatili del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato gli esseri viventi, quello doveva essere il loro nome. E così l'uomo impose dei nomi a tutto il bestiame, a tutti i volatili del cielo e a tutte le fiere della steppa; ma, per l'uomo, non fu trovato un aiuto a lui corrispondente. Allora il Signore Dio fece cadere un sonno profondo sull'uomo, che si addormentò, poi gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio costruì la costola, che aveva tolto all'uomo, formandone una donna. Poi la condusse all'uomo.

      Allora l'uomo disse: «Questa volta è osso delle mie ossa e carne della mia carne! Costei si chiamerà donna perché dall'uomo fu tratta».

      Per questo l'uomo abbandona suo padre e sua madre e si attacca alla sua donna e i due diventano una sola carne. Or ambedue erano nudi, l'uomo e la sua donna, ma non sentivano mutua vergogna.


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    • Capitolo III
    • {1}3

      Il serpente era la più astuta di tutte le fiere della steppa che il Signore Dio aveva fatto, e disse alla donna: «E' vero che Dio ha detto: "Non dovete mangiare di nessun albero del giardino"?». La donna rispose al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare; ma del frutto dell'albero che sta nella parte interna del giardino Dio ha detto: "Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, per non morirne"». Ma il serpente disse alla donna: «Voi non morirete affatto! Anzi! Dio sa che nel giorno in cui voi ne mangerete, si apriranno i vostri occhi e diventerete come Dio, conoscitori del bene e del male». Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, seducente per gli occhi e attraente per avere successo; perciò prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò.

      Si aprirono allora gli occhi di ambedue e conobbero che erano nudi; perciò cucirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture.

      Poi udirono il rumore dei passi del Signore Dio allorché passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, e l'uomo fuggì con la moglie dalla presenza del Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. Allora il Signore Dio chiamò l'uomo e gli domandò: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino, e ho avuto paura, perché io sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha indicato che eri nudo? Hai dunque mangiato dell'albero del quale ti avevo comandato di non mangiare?». Rispose l'uomo: «La donna che tu hai messo vicino a me mi ha dato dell'albero, e io ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna: «Come hai fatto questo?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».

      Allora il Signore Dio disse al serpente:

      «Perché hai fatto questo,

      maledetto sii tu fra tutto il bestiame

      e tra tutti gli animali della campagna:

      sul tuo ventre dovrai camminare

      e polvere dovrai mangiare

      per tutti i giorni della tua vita.

      Ed io porrò un'ostilità tra te e la donna

      e tra la tua stirpe e la sua stirpe:

      essa ti schiaccerà la testa

      e tu la assalirai al tallone».

      Alla donna disse:

      «Moltiplicherò

      le tue sofferenze e le tue gravidanze,

      con doglie dovrai partorire figlioli.

      Verso tuo marito ti spingerà la tua passione,

      ma egli vorrà dominare su te».

      E all'uomo disse: «Perché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero, per il quale t'avevo comandato: "Non ne devi mangiare":

      Maledetto sia il suolo per causa tua!

      Con affanno ne trarrai il nutrimento,

      per tutti i giorni della tua vita.

      Spine e cardi farà spuntare per te,

      mentre tu dovrai mangiare

      le erbe della campagna.

      Con il sudore della tua faccia mangerai pane,

      finché tornerai alla terra,

      perché da essa sei stato tratto,

      perché polvere sei e in polvere devi tornare!».

      L'uomo diede a sua moglie il nome di Eva, perché essa fu la madre di tutti i viventi.

      E il Signore Dio fece all'uomo e a sua moglie delle tuniche di pelli e li vestì.

      Il Signore Dio disse allora: «Ecco che l'uomo è diventato come uno di noi, conoscendo il bene e il male! E ora facciamo sì ch'egli non stenda la sua mano e non prenda anche l'albero della vita, così che ne mangi e viva in eterno!».

      E il Signore Dio lo mandò via dal giardino di Eden, per lavorare il suolo donde era stato tratto. Scacciò l'uomo, e dinanzi al giardino di Eden pose i cherubini e la fiamma della spada folgorante per custodire l'accesso all'albero della vita.


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    • Capitolo IV
    • {1}4

      Or Adamo si unì a Eva, sua moglie, la quale concepì e partorì Caino, dicendo: «Ho formato un uomo con il favore del Signore». Quindi aggiunse al nato un fratello, Abele. Abele divenne pastore di greggi e Caino coltivatore del suolo.

      Or, dopo un certo tempo, Caino offrì dei frutti del suolo in sacrificio al Signore; e anche Abele offrì dei primogeniti del suo gregge e del loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e l'offerta di lui. Perciò Caino ne fu molto irritato e il suo viso fu abbattuto.

      Il Signore disse allora a Caino: «Perché tu sei acceso d'ira e perché è abbattuto il tuo volto? Non è forse vero che se agisci bene puoi tenere alta la testa, mentre se non agisci bene, è alla porta il Maligno, come un Robes? Esso si sforza di conquistare te, ma sei tu che lo devi dominare!».

      Poi Caino ebbe da dire con suo fratello Abele. E com'essi furono nei campi, Caino si scagliò contro suo fratello Abele e lo uccise.

      Il Signore disse a Caino: «Dov'è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse io custode di mio fratello?». Il Signore riprese: «Che hai tu fatto? Sento il fiotto di sangue di tuo fratello che grida a me dal suolo! E ora tu sei maledetto dalla terra che per mano tua ha spalancato la bocca per ricevere il fiotto di sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi frutti; errante e vagabondo sarai per la terra».

      Caino disse al Signore: «E' troppo grande la mia colpa, così da non meritare perdono! Ecco, tu mi scacci oggi dalla faccia di questo suolo, e lungi dalla tua presenza io mi dovrò nascondere; io sarò ramingo e fuggiasco per la terra, per cui avverrà che chiunque mi troverà m'ucciderà». Ma il Signore gli disse: «Non così! Chiunque ucciderà Caino sarà punito sette volte!». E il Signore pose su Caino un segno, cosicché chiunque l'avesse incontrato non l'avrebbe ucciso!

      E Caino partì dalla presenza del Signore e abitò nel paese di Nod, di fronte a Eden.

      Or Caino si unì a sua moglie che concepì e partorì Enoch. Egli divenne costruttore di una città, che chiamò Enoch, dal nome del figlio suo. E a Enoch nacque Irad; e Irad generò Mecuiael e Mecuiael generò Matusael e Matusael generò Lamech. Lamech si prese due mogli: una di nome Ada e l'altra di nome Zilla. Ada partorì Iabal; questi fu il padre di quanti abitano sotto le tende, presso il bestiame. Il nome di suo fratello fu Iubal; questi fu il padre di tutti i suonatori di lira e flauto. Zilla partorì, essa pure, Tubalkain, istruttore di ogni aguzzatore del rame e del ferro. Sorella di Tubalkain fu Noema.

      Lamech disse alle mogli:

      «Ada e Zilla, udite la mia voce;

      mogli di Lamech, ascoltate il mio dire:

      Ho ucciso un uomo per una mia ferita

      ed un giovane per una mia ammaccatura:

      Caino sarà vendicato sette volte,

      ma Lamech settantasette».

      Adamo si unì di nuovo a sua moglie, che partorì un figlio e lo chiamò Set, dicendo: «Dio mi ha dato un altro discendente al posto di Abele, poiché Caino l'ha ucciso».

      Anche a Set nacque un figlio, e lo chiamò Enos. Allora si cominciò ad invocare il nome del Signore (Jhwh).


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    • Capitolo V
    • {1}5

      Questo è il libro della genealogia di Adamo. Nel giorno in cui Dio creò Adamo, lo fece a somiglianza di Dio. Maschio e femmina li creò, li benedisse e li denominò «uomo», nel giorno in cui furono creati. Quando Adamo ebbe centotrent'anni generò un figlio a sua somiglianza, conforme all'immagine sua, e lo chiamò Set. E dopo aver generato Set, i giorni di Adamo furono ancora ottocento anni, e generò altri figli e figlie. L'intera vita di Adamo fu di novecentotrent'anni, poi morì. Quando Set ebbe centocinque anni generò Enos; e dopo aver generato Enos, Set visse ancora ottocentosette anni e generò figli e figlie. L'intera vita di Set fu di novecentododici anni, poi morì.

      Quando Enos ebbe novant'anni generò Kenan; ed Enos, dopo aver generato Kenan, visse ancora ottocentoquindici anni e generò figli e figlie. L'intera vita di Enos fu di novecentocinque anni, poi morì.

      Quando Kenan ebbe settant'anni generò Malaleel; e Kenan, dopo aver generato Malaleel, visse ancora ottocentoquarant'anni e generò figli e figlie. L'intera vita di Kenan fu di novecentodieci anni, poi morì.

      Quando Malaleel ebbe sessantacinque anni generò Iared; e Malaleel, dopo aver generato Iared, visse ancora ottocentotrent'anni e generò figli e figlie. L'intera vita di Malaleel fu di ottocentonovantacinque anni, poi morì.

      Quando Iared ebbe centosessantadue anni generò Enoch; e Iared, dopo aver generato Enoch, visse ancora ottocento anni e generò figli e figlie. L'intera vita di Iared fu di novecentosessantadue anni, poi morì.

      Quando Enoch ebbe sessantacinque anni generò Matusalemme; Enoch camminò con Dio. Enoch, dopo aver generato Matusalemme, visse ancora trecento anni e generò figli e figlie. L'intera vita di Enoch fu di trecentosessantacinque anni. Enoch camminò con Dio e non ci fu più, poiché Dio lo rapì.

      Quando Matusalemme ebbe centottantasette anni generò Lamech; e Matusalemme, dopo aver generato Lamech, visse ancora settecentottantadue anni e generò figli e figlie. L'intera vita di Matusalemme fu di novecentosessantanove anni, poi morì.

      Quando Lamech ebbe centottantadue anni generò un figlio, e lo chiamò Noè dicendo: «Costui ci consolerà del nostro lavoro e della sofferenza delle nostre mani, a causa del suolo che il Signore ha maledetto». E Lamech, dopo aver generato Noè, visse ancora cinquecentonovantacinque anni e generò figli e figlie. L'intera vita di Lamech fu di settecentosettantasette anni, poi morì.

      Noè raggiunse l'età di cinquecento anni, quindi generò Sem, Cam e Iafet.


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    • Capitolo VI
    • {1}6

      Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sopra la faccia della terra e nacquero loro delle figliole, avvenne che i figli di Dio videro che le figliole degli uomini erano piacevoli e se ne presero per mogli tra tutte quelle che più loro piacquero. Allora il Signore disse: «Il mio spirito non durerà per sempre nell'uomo, perché egli non è che carne, e i suoi giorni saranno di centovent'anni».

      C'erano i giganti sulla terra a quei tempi, e anche dopo, quando i figli di Dio s'accostarono alle figliole dell'uomo e queste partorirono loro dei figli. Sono questi i famosi eroi dell'antichità.

      Allora il Signore vide che la malvagità dell'uomo era grande sulla terra e che ogni progetto concepito dal suo cuore non era rivolto ad altro che al male tutto il giorno: di conseguenza il Signore fu dispiaciuto di aver fatto l'uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. Sicché il Signore disse: «Io voglio cancellare dalla faccia della terra l'uomo che ho creato: uomo e bestiame e rettili e uccelli del cielo, poiché mi dispiace d'averli fatti». Tuttavia Noè trovò grazia agli occhi del Signore.

      Questa è la storia di Noè. Noè era un uomo giusto, integro tra i suoi contemporanei, e camminava con Dio! Noè generò tre figli: Sem, Cam e Iafet. Or la terra era corrotta al cospetto di Dio e piena di violenza.

      Dio mirò la terra ed ecco: era corrotta; poiché ogni uomo aveva corrotto la propria condotta sopra la terra.

      Allora Dio disse a Noè: «Mi son deciso: la fine di tutti gli uomini è arrivata, poiché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. Fatti un'arca di legno resinoso. Farai tale arca a celle e la spalmerai di bitume dentro e fuori. Ed ecco come la farai: l'arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza. Farai all'arca un tetto e un cubito più su la terminerai; di fianco le metterai la porta. La farai a ripiani: inferiore, medio e superiore. Ed ecco io manderò il diluvio delle acque sulla terra, per distruggere ogni carne in cui è alito di vita sotto il cielo; tutto quanto è sulla terra dovrà perire. Con te però stabilirò la mia alleanza: entrerai nell'arca tu e i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei figli tuoi con te. E di tutto ciò che vive, di ogni carne, fanne entrare nell'arca due di ogni specie per farli sopravvivere con te; siano un maschio e una femmina: dei volatili, secondo la loro specie, del bestiame, secondo la loro specie, e di tutti i rettili della terra, secondo la loro specie; due tra tutti verranno con te per sopravvivere. Tu poi prenditi ogni sorta di cibo da mangiare, e radunalo presso di te, e sarà nutrimento per te e per loro». E Noè fece tutto come Dio gli aveva comandato.


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    • Capitolo VII
    • {1}7

      Il Signore disse a Noè: «Entra nell'arca tu e tutta la tua famiglia, poiché ti ho visto giusto dinanzi a me, in questa generazione. D'ogni animale puro prendine sette coppie, maschio e femmina; invece dell'animale impuro una coppia: maschio e femmina; anche degli uccelli del cielo sette coppie, maschio e femmina, sicché la razza sopravviva sulla faccia di tutta la terra; perché fra sette giorni io farò piovere sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti e sterminerò dalla superficie della terra ogni creatura che ho fatto». Noè fece tutto come il Signore aveva ordinato.

      Noè aveva seicento anni, quando avvenne il diluvio delle acque sulla terra. Entrò dunque Noè e i suoi figli, sua moglie e le mogli dei suoi figli nell'arca per sottrarsi alle acque del diluvio. Degli animali puri e degli animali impuri, dei volatili e di tutti gli esseri che strisciano sul suolo vennero, a due a due, da Noè nell'arca, maschio e femmina, come Dio aveva comandato a Noè.

      E avvenne, al settimo giorno, che le acque del diluvio furono sopra la terra; nell'anno seicentesimo della vita di Noè, nel secondo mese, nel diciassettesimo giorno del mese, proprio in quel giorno, eruppero tutte le sorgenti del grande oceano e le cateratte del cielo si aprirono. E la pioggia cadde sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti. In quello stesso giorno entrarono nell'arca Noè e Sem, Cam e Iafet, figli di Noè, e la moglie di Noè e le tre mogli dei suoi tre figli; essi insieme a tutte le fiere, secondo la loro specie, e tutto il bestiame, secondo la sua specie, e tutti i rettili che strisciano sulla terra, secondo la loro specie, e tutti i volatili, secondo la loro specie, uccelli tutti alati. Vennero dunque a Noè nell'arca, a due a due, di ogni carne in cui è il soffio di vita. E quelli che venivano, maschio e femmina d'ogni carne, entrarono come Dio gli aveva comandato; poi il Signore chiuse la porta dietro di lui. Il diluvio venne sopra la terra per quaranta giorni: le acque ingrossarono e sollevarono l'arca che si alzò sopra la terra; e le acque divennero poderose e ingrossarono assai sopra la terra e l'arca galleggiava sulla superficie delle acque. E le acque aumentarono sempre più sopra la terra e coprirono tutti i più alti monti che sono sotto tutto il cielo. Di quindici cubiti di altezza le acque superarono e copersero i monti. E perì ogni carne strisciante sulla terra: volatili, bestiame e fiere e tutti gli esseri brulicanti sulla terra e tutti gli uomini, ogni essere che ha un alito, uno spirito di vita nelle sue narici, fra tutto ciò che è sulla terra asciutta, morì.

      Così fu sterminata ogni creatura esistente sulla faccia del suolo, dagli uomini agli animali domestici, ai rettili e agli uccelli del cielo: essi furono sterminati dalla terra e rimase solo Noè e chi stava con lui nell'arca. Le acque si mantennero sopra la terra per centocinquanta giorni.


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    • Capitolo VIII
    • {1}8

      Poi Dio si ricordò di Noè, di tutte le fiere e di tutto il bestiame ch'erano con lui nell'arca; Dio fece allora passare un vento sulla terra e le acque cessarono. Le fonti dell'abisso e le cateratte del cielo furono chiuse, e la pioggia cessò di cadere dal cielo; le acque andarono gradatamente ritirandosi dalla terra e cessarono le acque in capo a centocinquanta giorni. Nel settimo mese, il diciassette del mese, l'arca si fermò sui monti dell'Ararat. Le acque andarono via via diminuendo fino al decimo mese. Nel decimo mese, il primo giorno del mese, apparirono le vette dei monti.

      In capo a quaranta giorni Noè aprì la finestra che aveva fatto nell'arca e rilasciò il corvo. Esso uscì, andando e tornando, finché si prosciugarono le acque sulla terra. Allora Noè rilasciò la colomba, per vedere se le acque fossero scemate sulla superficie del suolo; ma la colomba non trovò dove posare la pianta del piede e tornò a lui nell'arca, perché c'erano acque sulla superficie di tutta la terra. Ed egli stese la mano, la prese e la portò con sé dentro l'arca. Attese ancora altri sette giorni e di nuovo rilasciò la colomba fuori dell'arca, e la colomba tornò a lui sul far della sera; ed ecco, essa aveva una foglia di ulivo, che aveva strappata con il suo becco; così Noè comprese che le acque erano scemate sopra la terra. Aspettò tuttavia ancora sette giorni, poi rilasciò la colomba; ma essa non ritornò più da lui.

      Fu nell'anno seicentouno della vita di Noè, nel primo mese, nel primo giorno del mese, che le acque s'erano prosciugate sopra la terra: Noè scoperchiò l'arca, ed ecco che la superficie del suolo era prosciugata. Ma fu nel secondo mese, nel ventisettesimo giorno del mese, che la terra fu secca. Allora Dio disse a Noè: «Esci dall'arca tu e tua moglie, i tuoi figlioli e le mogli dei tuoi figlioli con te. Fa' uscire con te tutti gli animali che sono con te, d'ogni carne, volatili, bestiame e tutti i rettili che strisciano sulla terra, perché possano brulicare sulla terra, siano fecondi e si moltiplichino sulla terra». Uscì dunque Noè e insieme a lui i suoi figlioli, con sua moglie e con le mogli dei suoi figlioli. E tutte le fiere, tutti i rettili, tutti i volatili, tutto ciò che striscia sulla terra, secondo le loro specie, uscirono dall'arca.

      Allora Noè edificò un altare al Signore, prese ogni sorta di animali puri e ogni sorta di volatili puri e offrì olocausti sull'altare. Il Signore ne odorò la soave fragranza e disse in cuor suo: «Io non tornerò più a maledire il suolo per cagione dell'uomo, perché i progetti del cuore umano sono malvagi fin dall'adolescenza: e non tornerò più a colpire ogni essere vivente come ho fatto. Finché la terra durerà, semina e raccolta, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte non cesseranno mai».


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    • Capitolo IX
    • {1}9

      Poi Dio benedisse Noè e i suoi figlioli, e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra. Il timore di voi e il terrore di voi sia in tutte le fiere della terra, in tutti i volatili del cielo. Tutto ciò che striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono dati in vostro potere. Ogni essere che si muove e ha vita sarà vostro cibo; tutto questo vi do, come già l'erba verde. Soltanto non mangerete la carne che ha in sé il suo sangue. Certamente del sangue vostro, ossia della vita vostra, io domanderò conto: ne domanderò conto ad ogni animale; della vita dell'uomo io domanderò conto alla mano dell'uomo, alla mano d'ogni suo fratello!

      Chi sparge il sangue di un uomo,

      per mezzo di un uomo il suo sangue sarà sparso;

      perché quale immagine di Dio

      ha Egli fatto l'uomo.

      Quanto a voi, siate fecondi e moltiplicatevi;

      brulicate sulla terra e soggiogatela».

      Poi Dio disse a Noè e ai suoi figlioli: «Quanto a me, ecco che io stabilisco la mia alleanza con voi e con la vostra progenie dopo di voi, e con ogni essere vivente che è con voi: con i volatili, con il bestiame e con tutte le fiere della terra che sono con voi, da tutti gli animali che sono usciti dall'arca a tutte le fiere della terra. Io stabilisco la mia alleanza con voi, che non sarà più distrutta alcuna carne a causa delle acque del diluvio, né più verrà il diluvio a sconvolgere la terra». Poi Dio disse: «Questo è il segno dell'alleanza che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future: io pongo il mio arco nelle nubi, ed esso sarà un segno di alleanza fra me e la terra. E quando io accumulerò le nubi sopra la terra e apparirà l'arco nelle nubi, allora mi ricorderò della mia alleanza, la quale sussiste tra me e voi ed ogni anima vivente in qualsiasi carne e le acque non diverranno mai più un diluvio per distruggere ogni carne. L'arco apparirà nelle nubi e io lo guarderò per ricordare l'alleanza eterna tra Dio e ogni anima vivente in ogni carne che vi è sulla terra». Poi Dio disse a Noè: «Questo è il segno dell'alleanza che io ho stabilito tra me e ogni carne che vi è sulla terra».

      I figli di Noè che uscirono dall'arca furono: Sem, Cam e Iafet; e Cam è il padre di Canaan. Questi tre sono i figlioli di Noè, e da questi fu popolata tutta la terra.

      Or Noè incominciò a far l'agricoltore e piantò una vigna. Bevuto del vino, si inebriò e si scoprì in mezzo alla sua tenda. Or Cam, padre di Canaan, vide la nudità del padre suo e uscì a dirlo ai suoi due fratelli. Allora Sem e Iafet presero il mantello, se lo misero ambedue sulle spalle e, camminando a ritroso, coprirono la nudità del loro padre: e siccome avevano le loro facce rivolte dalla parte opposta, non videro la nudità del loro padre.

      Quando Noè, risvegliatosi dalla sua ebbrezza, seppe quanto gli aveva fatto il suo figliolo minore, disse:

      «Sia maledetto Canaan!

      Sia schiavo infimo dei fratelli suoi».

      Disse poi:

      «Benedetto sia il Signore, Dio di Sem!

      Ma sia Canaan suo schiavo!

      Dio dilati Iafet e dimori nelle tende di Sem!

      Ma sia Canaan suo schiavo!».

      Noè visse, dopo il diluvio, trecentocinquant'anni. E l'intera vita di Noè fu di novecentocinquant'anni, poi morì.


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    • Capitolo X
    • {1}10

      Questa è la discendenza dei figli di Noè: Sem, Cam e Iafet, ai quali nacquero dei figli, dopo il diluvio.

      I figli di Iafet: Gomer, Magog, Madai, Iavan, Tubal, Mesech e Tiras. I figli di Gomer: Askenaz, Rifat e Togarma. I figli di Iavan: Elisa, Tarsis, quelli di Cipro e quelli di Rodi. Da costoro si suddivisero le popolazioni delle isole delle genti. Questi furono i figli di Iafet nei loro territori, ciascuno secondo la sua lingua, secondo le loro famiglie, nelle loro diverse nazioni.

      I figli di Cam: Etiopia, Egitto, Put e Canaan. I figli di Etiopia: Seba, Avila, Sabta, Raama e Sàbteca. I figli di Raama: Saba e Dedan. Ora Etiopia generò Nimrod: costui fu il primo a divenire potente nella regione. Egli era un valente cacciatore al cospetto del Signore, perciò si suol dire: «Come Nimrod, valente cacciatore al cospetto del Signore». Il nucleo del suo regno fu Babele, Uruch, Accad e Calne nella terra di Sennaar. Di lì uscì in Assur e costruì Ninive, le piazze della città, Calach e Resen, tra Ninive e Calach; quella è la grande città. Egitto generò quelli di Lud, Anam, Laab, Naftuch; Patros, Casluch e Caftor, donde uscirono i Filistei. Canaan generò Sidone, suo primogenito, e Chet e il Gebuseo, l'Amorreo, il Gergeseo, l'Eveo, l'Archita, il Sineo, l'Arvadita, il Semarita e l'Amatita. In seguito le famiglie dei Cananei si dispersero. Cosicché il confine dei Cananei fu da Sidone fino a Gerara e Gaza, poi fino a Sòdoma, Gomorra, Adma e Zeboim, fino a Lesa. Questi furono i figli di Cam secondo le loro famiglie e le loro lingue, nei loro territori e nelle loro diverse nazioni.

      Anche a Sem, l'antenato di tutti i figli di Eber, fratello maggiore di Iafet, nacque una discendenza. Figli di Sem: Elam, Assur, Arpacsàd, Lud, Aram. Figli di Aram: Uz, Cul, Gheter e Mas. Arpacsàd generò Selach e Selach generò Eber. A Eber nacquero due figli: uno fu chiamato Peleg, perché ai suoi tempi fu divisa la terra, e suo fratello fu chiamato Ioktan.

      Ioktan generò Almodàd, Selef, Asarmàvet, Ierach, Adòram, Uzal, Dikla, Obal, Abimaèl, Seba, Ofir, Avila e Iobab. Tutti questi furono figli di Ioktan. La loro abitazione fu da Mesa fin verso Sefar, monte dell'oriente. Questi furono i figli di Sem secondo le loro famiglie e le loro lingue, nei loro territori, secondo le loro nazioni.

      Queste furono le famiglie dei figli di Noè, secondo la loro genealogia nelle loro nazioni. Da esse si dispersero le nazioni sulla terra, dopo il diluvio.


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    • Capitolo XI
    • {1}11

      Or tutta la terra era di un labbro solo e di uguali parole. E avvenne, nel loro vagare dalla parte di oriente, che gli uomini trovarono una pianura nel paese di Sennaar, vi si stabilirono e si dissero l'un l'altro: «Orsù, facciamoci dei mattoni, e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro invece della pietra e il bitume invece della malta. Poi essi dissero: «Orsù, costruiamoci una città con una torre, la cui cima sia nei cieli, e facciamoci un nome, per non esser dispersi sulla superficie di tutta la terra». Ma il Signore discese per vedere la città con la torre che stavano costruendo i figli dell'uomo. E il Signore disse: «Ecco ch'essi sono un sol popolo e un labbro solo è per tutti loro; questo è il loro inizio nelle imprese; ormai tutto ciò che hanno meditato di fare non sarà loro impossibile. Orsù, discendiamo e confondiamo laggiù la loro lingua, cosicché essi non comprendano più la lingua l'uno dell'altro». Il Signore li disperse di là sulla superficie di tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo il suo nome fu detto Babele, perché colà il Signore mescolò il labbro di tutta la terra e di là il Signore li disperse sulla superficie di tutta la terra.

      Questa è la discendenza di Sem: Sem aveva l'età di cent'anni quando generò Arpacsàd, due anni dopo il diluvio; Sem, dopo aver generato Arpacsàd, visse cinquecento anni e generò figli e figlie. Arpacsàd visse trentacinque anni e generò Selach; Arpacsàd, dopo aver generato Selach, visse quattrocentotré anni e generò figli e figlie. Selach visse trent'anni e generò Eber; Selach, dopo aver generato Eber, visse quattrocentotré anni e generò figli e figlie.

      Eber visse trentaquattro anni e generò Peleg; Eber, dopo aver generato Peleg, visse quattrocentotrent'anni e generò figli e figlie. Peleg visse trent'anni e generò Reu; Peleg, dopo aver generato Reu, visse duecentonove anni e generò figli e figlie.

      Reu visse trentadue anni e generò Serug; Reu, dopo aver generato Serug, visse duecentosette anni e generò figli e figlie.

      Serug visse trent'anni e generò Nacor; Serug, dopo aver generato Nacor, visse duecento anni e generò figli e figlie.

      Nacor visse ventinove anni e generò Terach; Nacor, dopo aver generato Terach, visse centodiciannove anni e generò figli e figlie.

      Terach visse settanta anni e generò Abram, Nacor e Aran.

      Questa è la genealogia di Terach: Terach generò Abram, Nacor e Aran. Aran generò Lot. Aran poi morì, durante la vita di suo padre Terach, nella sua terra nativa, in Ur dei Caldei. Abram e Nacor si presero delle mogli; il nome della moglie di Abram era Sarai e il nome della moglie di Nacor era Milca, figlia di Aran, padre di Milca e di Isca. Sarai era sterile, non aveva figlioli.

      Poi Terach prese Abram, suo figlio, e Lot figlio di Aran, suo nipote, e Sarai sua nuora, moglie di suo figlio Abram, e li fece uscire da Ur dei Caldei, per andare nella terra di Canaan. Ma arrivati a Carran vi si stabilirono.

      Il tempo che Terach visse fu di duecentocinque anni, poi morì in Carran.


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    • Capitolo XII
    • {1}12

      Il Signore disse ad Abram:

      «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela

      e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti mostrerò,

      cosicché faccia di te una grande nazione

      e ti benedica e faccia grande il tuo nome,

      e tu possa essere una benedizione.

      Benedirò coloro che ti benediranno

      e maledirò chi ti maledirà,

      e in te acquisteranno benedizione

      tutte le tribù della terra».

      Allora Abram partì, come gli aveva detto il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. Abram prese Sarai, sua moglie, e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i loro beni che avevano acquistato e le persone che avevano comprate in Carran, e s'incamminarono verso la terra di Canaan. Abram attraversò il paese fino al santuario di Sichem, presso la Quercia di More. Allora nel paese si trovavano i Cananei.

      Il Signore apparve ad Abram e gli disse: «Alla tua discendenza io darò questa terra». Sicché egli costruì colà un altare al Signore che gli era apparso. Poi di là andò verso la montagna, ad oriente di Betel, e rizzò la sua tenda, avendo Betel a occidente ed Ai a oriente. Ivi costruì un altare al Signore ed invocò il nome del Signore. Poi Abram, levando tappa per tappa l'accampamento, si diresse verso il Negheb.

      Or venne una carestia nel paese, e Abram discese in Egitto per soggiornarvi, perché la carestia gravava sul paese. Quando fu sul punto di entrare in Egitto, egli disse a Sarai, sua moglie: «Certo, tu sai che sei una donna di aspetto avvenente. Quando gli Egiziani ti vedranno, diranno: "Costei è sua moglie!" e uccideranno me, ma lasceranno te in vita. Di', dunque, te ne prego, che sei mia sorella, affinché mi facciano del bene per causa tua e la mia vita sia salva in grazia tua».

      Difatti, quando Abram arrivò in Egitto, gli Egiziani videro che la donna era molto avvenente. La osservarono gli ufficiali del faraone e ne fecero le lodi al faraone, e così la donna fu presa e condotta nella casa del faraone. Intanto Abram fu trattato bene per causa di lei; e gli furono dati greggi, armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli.

      Ma il Signore colpì il faraone e la sua casa con grandi piaghe, per il fatto di Sarai, moglie di Abram. Allora il faraone chiamò Abram e gli disse: «Che cosa mi hai fatto? Perché non mi hai indicato ch'era tua moglie? Perché hai detto: "Essa è mia sorella!" in modo che io me la son presa per moglie? Ora eccoti tua moglie; prendila e vattene!». Il faraone diede ordine a suo riguardo ad alcuni uomini, i quali lo accomiatarono con la moglie e tutto il suo avere.


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    • Capitolo XIII
    • {1}13

      Dall'Egitto Abram risalì verso il Negheb con la moglie e tutto il suo avere. Lot era con lui.

      Abram era molto ricco di bestiame, di argento e di oro. Dal Negheb ritornò a tappe fino a Betel, fino al luogo dov'era già prima la sua tenda, tra Betel e Ai, al luogo dell'altare che egli aveva eretto prima; ivi Abram invocò il nome del Signore. Anche Lot, che viaggiava con Abram, possedeva greggi, armenti e attendamenti, e il territorio non bastava ad una loro abitazione comune, perché avevano beni troppo grandi per poter abitare insieme. Nacque perciò una lite tra i pastori del bestiame di Abram e i pastori del bestiame di Lot, mentre i Cananei e i Perizziti abitavano nel paese. Abram disse allora a Lot: «Deh, non ci sia discordia tra me e te, tra i miei pastori e i tuoi, perché noi siamo fratelli! Non sta forse davanti a te tutto il paese? Sepàrati da me. Se tu vai a sinistra, io andrò verso destra, ma se vai a destra, me ne andrò verso sinistra». Allora Lot alzò gli occhi ed osservò tutta la valle del Giordano, perché era tutta irrigata -- prima che il Signore distruggesse Sòdoma e Gomorra -- come il giardino del Signore, come il paese d'Egitto, fin verso Zoar. E Lot scelse per sé tutta la valle del Giordano e trasportò le tende verso oriente. Così si separarono l'uno dall'altro. Abram risiedette nel paese di Canaan e Lot risiedette nelle città della valle e acquistò il diritto di pascolare vicino a Sòdoma, nonostante che la gente di Sòdoma fosse molto cattiva e peccatrice.

      Il Signore disse ad Abram, dopo che Lot si fu separato da lui: «Alza gli occhi, e dal luogo dove stai, spingi lo sguardo verso settentrione e mezzogiorno, verso oriente ed occidente. Tutto il paese che tu vedi, io lo darò a te e alla tua discendenza, per sempre. Renderò la tua discendenza come la polvere della terra; se qualcuno può contare il pulviscolo della terra, anche i tuoi discendenti potrà contare! Alzati, percorri il paese in lungo e in largo, perché io lo darò a te!».

      Poi Abram acquistò il diritto di pascolare e di andarsi a stabilire alla Quercia di Mamre, che è ad Ebron, e vi costruì un altare al Signore.


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    • Capitolo XIV
    • {1}14

      Quando Amrafel, re di Sennaar, Arioch, re di Ellasar, Chedorlàomer, re dell'Elam, e Tideal, re di Goim, fecero guerra contro Bera, re di Sòdoma, Birse, re di Gomorra, Sinab, re di Adma, Semèber, re di Zeboìm e contro il re di Bela, chiamata Zoar, tutti questi si coalizzarono nella valle di Siddim, che è il Mar Morto.

      Per dodici anni essi erano stati sottomessi a Chedorlàomer, ma il tredicesimo anno si erano ribellati. Nell'anno quattordicesimo venne Chedorlàomer insieme ai re che erano con lui, e sconfissero i Refaim ad Astaròt-Karnaìm, gli Zuzìm ad Am, gli Emìm a Save-Kiriatàim e gli Hurriti nelle loro montagne di Seir fino a El Paran, che è presso il deserto. Poi ritornarono indietro e vennero a En Mispàt, che è Kades, e devastarono tutto il territorio degli Amaleciti e anche degli Amorrei che abitavano in Cazazòn-Tamar. Allora il re di Sòdoma, il re di Gomorra, il re di Adma, il re di Zeboìm e il re di Bela, chiamata anche Zoar, uscirono e si schierarono in ordine di battaglia contro di loro, nella valle di Siddim, e cioè contro Chedorlàomer, re dell'Elam, Tideal, re di Goim, Amrafèl, re di Sennaar, e Arioch, re di Ellasar: quattro re contro cinque.

      Or la valle di Siddim era piena di pozzi di bitume; messi in fuga, il re di Sòdoma e il re di Gomorra vi caddero dentro e i restanti fuggirono sulla montagna. I nemici presero tutte le possessioni di Sòdoma e di Gomorra e tutti i loro viveri e se ne andarono. Andandosene presero anche Lot, figlio del fratello di Abram, e i suoi beni. Egli risiedeva appunto in Sòdoma. Ma un fuggitivo venne ad avvertire Abram, l'ebreo, mentre egli era attendato sotto le Querce di Mamre, l'amorreo, fratello di Escol e fratello di Aner; questi erano alleati di Abram.

      Quando Abram seppe che suo fratello era stato condotto via prigioniero, mobilitò i suoi mercenari, servi nati nella sua casa, in numero di trecentodiciotto, e intraprese l'inseguimento fino a Dan; poi, divise le schiere contro di essi, di notte, lui con i suoi servi li sbaragliò e proseguì l'inseguimento fino a Coba, a settentrione di Damasco: ricuperò così tutta la roba e anche Lot, suo fratello, e i suoi beni, con le donne e il rimanente personale.

      Il re di Sòdoma gli uscì incontro, dopo il suo ritorno dalla sconfitta di Chedorlàomer e dei re che erano con lui, nella valle di Save, detta pure la valle del re.

      Intanto Melchisedek, re di Salem, fece portare pane e vino. Era sacerdote di Dio altissimo, e benedisse Abram dicendo:

      «Sia benedetto Abram dal Dio altissimo,

      Creatore del cielo e della terra!

      E benedetto sia il Dio altissimo,

      che ti ha dato nelle mani i tuoi nemici!».

      Abram gli diede la decima di tutto.

      Poi il re di Sòdoma disse ad Abram: «Dammi le persone, e prendi pure per te i beni». Ma Abram disse al re di Sòdoma: «Ho alzato la mano davanti al Signore, Dio altissimo, creatore del cielo e della terra: né un filo o un legaccio di calzare, né alcunché di ciò che è tuo io prenderò; sicché tu non possa dire: "Sono io che ho arricchito Abram!". Io non c'entro! Soltanto quello che i soldati hanno consumato e la parte spettante agli uomini che sono venuti con me, Escol, Aner e Mamre... Essi, sì, riceveranno la loro parte».


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    • Capitolo XV
    • {1}15

      In seguito a questi fatti, la parola del Signore fu rivolta ad Abram in visione, in questi termini:

      «Non temere, Abram! Io sono il tuo scudo;

      la tua ricompensa sarà grande assai».

      Rispose Abram: «Mio Signore Dio, che cosa mi donerai, mentre io me ne vado spogliato e l'erede della mia casa è Eliezer di Damasco?». Soggiunse Abram: «Vedi che a me non hai dato discendenza e che un mio domestico sarà mio erede?». Ed ecco gli fu rivolto un oracolo del Signore in questi termini: «Non costui sarà il tuo erede, ma colui che uscirà dalle tue viscere, lui sarà il tuo erede». Poi lo fece uscir fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se le puoi contare»; e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore che glielo accreditò a giustizia. E gli disse: «Io sono il Signore che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei, per darti questo paese in possesso». Rispose: «Signore mio Dio, come potrò conoscere che ne avrò il possesso?». Gli disse: «Prendi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un pulcino di uccello». Andò a prendere tutti questi animali, spaccandoli in pezzi, e ne pose un pezzo dinanzi all'altro; non divise però gli uccelli. Subito l'uccello rapace calò sui pezzi, ma Abram lo scacciò.

      Quando il sole stava per tramontare, un sonno profondo cadde su Abram ed ecco che un terrore e una grande tenebra l'assalì. Allora il Signore disse ad Abram: «Devi sapere che la tua discendenza dimorerà come forestiera in una terra non sua; là lavoreranno e li opprimeranno per quattrocento anni. Ma io giudicherò la nazione ch'essi avranno servito! Dopo di che essi usciranno con grandi beni. Quanto a te, te ne andrai in pace presso i tuoi padri; sarai sepolto dopo una felice vecchiaia. Alla quarta generazione torneranno qui, perché non è ancora arrivata al colmo l'iniquità degli Amorrei».

      Quando il sole fu tramontato ci fu un buio fitto, poi ecco un forno fumante e una fiaccola infuocata passare in mezzo a quelle parti divise. In quel giorno il Signore tagliò il patto con Abram in questi termini: «Alla tua razza io do questo paese, dal torrente d'Egitto fino al fiume grande, il fiume Eufrate: i Keniti, i Kenizziti, i Kadmoniti, gli Hittiti, i Perizziti, i Refaim, gli Amorrei, i Cananei, i Gergesei e i Gebusei».


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    • Capitolo XVI
    • {1}16

      Sarai, la moglie di Abram, non gli aveva dato figli, ma aveva una schiava egiziana, di nome Agar. Sarai disse ad Abram: «Ecco, il Signore mi ha impedito di partorire; deh, accostati alla mia schiava; forse da lei potrò avere figli». E Abram ascoltò la voce di Sarai. Così, Sarai, moglie di Abram, prese l'egiziana Agar, sua schiava, al termine di dieci anni dal suo soggiorno nella terra di Canaan, e la diede in moglie ad Abram, suo marito. Egli si accostò ad Agar, che restò incinta. Ma quando essa si accorse di essere incinta, la sua padrona non contò più nulla per lei. Allora Sarai disse ad Abram: «Il mio torto è a tuo carico! Sono stata io a metterti in grembo la mia schiava, ma da quando si è accorta di essere incinta, io non conto più niente per lei. Il Signore sia giudice tra me e te!». Abram disse a Sarai: «Ecco, la tua schiava è in tuo potere; falle quello che ti par bene». Sarai allora la maltrattò, sì che quella fuggì dalla sua presenza. La trovò l'angelo del Signore presso una sorgente d'acqua, nel deserto, sulla strada di Sur, e le disse: «Agar, schiava di Sarai, da dove vieni e dove vai?». Rispose: «Fuggo dalla presenza della mia padrona Sarai». Le disse l'angelo del Signore: «Ritorna dalla tua padrona e sottomettiti al suo potere». Le disse ancora l'angelo del Signore: «Moltiplicherò assai la tua discendenza e non la si potrà contare a causa della sua moltitudine». Soggiunse poi ancora l'angelo del Signore:

      «Eccoti incinta: partorirai un figlio e lo chiamerai Ismaele,

      perché il Signore ha ascoltato la tua afflizione.

      Costui sarà come un onagro della steppa;

      la sua mano sarà contro tutti

      e la mano di tutti contro di lui;

      e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli».

      Allora Agar diede questo nome al Signore che le aveva parlato: «Tu sei il Dio della visione», perché diceva: «Qui dunque ho ancora visto, dopo la mia visione?». Per questo quel pozzo si chiamò: Pozzo di Lacai-Roi; è appunto quello che si trova tra Kades e Bered. Poi Agar partorì ad Abram un figlio, e Abram chiamò Ismaele il figlio partoritogli da Agar. Abram aveva ottantasei anni quando Agar gli partorì Ismaele.


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    • Capitolo XVII
    • {1}17

      Abram aveva novantanove anni quando il Signore gli apparve e gli disse: «Io sono Dio onnipotente: cammina nella mia presenza e sii integro. Stabilirò la mia alleanza tra me e te, e ti moltiplicherò grandemente». Subito Abram si prostrò col viso a terra, e Dio gli disse: «Ecco la mia alleanza con te: tu diventerai padre di una moltitudine di nazioni; e non ti chiamerai più Abram, ma il tuo nome sarà Abramo, perché io ti farò padre di una moltitudine di nazioni. E ti renderò fecondo assai assai, di te farò delle nazioni e dei re usciranno da te. Farò sussistere la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione, quale alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. E darò a te e alla tua discendenza dopo di te la terra dove soggiorni come straniero, tutta la terra di Canaan, quale possesso perenne; e così diverrò vostro Dio».

      Inoltre Dio disse ad Abramo: «Da parte tua, tu devi osservare la mia alleanza, tu e la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione. Questa è la mia alleanza che dovete osservare, alleanza tra me e voi e la tua discendenza dopo di te: sarà circonciso ogni vostro maschio. Vi farete cioè recidere la carne del vostro prepuzio. E ciò sarà il segno dell'alleanza tra me e voi. Quando avrà otto giorni sarà circonciso ogni vostro maschio, di generazione in generazione, tanto quello nato in casa, come quello comprato con danaro da qualunque straniero che non sia della tua stirpe. Deve essere assolutamente circonciso colui che è nato in casa e colui che viene comprato con danaro; così la mia alleanza sussisterà nella vostra carne quale alleanza perenne. Un incirconciso, un maschio cioè di cui non sia stata recisa la carne del prepuzio, sia eliminato dal suo popolo, perché ha violato la mia alleanza». Poi Dio disse ad Abramo: «Quanto a Sarai, tua moglie, non la chiamerai più Sarai, ma Sara è il suo nome. Io la benedirò e pure un figlio ti darò da lei, e lo benedirò, sicché diventerà nazioni; e re di popoli nasceranno da lui».

      Allora Abramo si prostrò col viso a terra e rise, dicendo in cuor suo: «Ad uno di cento anni nascerà un figlio? E Sara, all'età di novant'anni, potrà partorire?». Poi Abramo disse a Dio: «Che almeno Ismaele viva sotto il tuo sguardo!». Ma Dio rispose: «No, Sara tua moglie ti partorirà un figlio, e lo chiamerai Isacco. Io farò sussistere la mia alleanza con lui quale alleanza perenne, per essere il Dio per lui e per la sua discendenza dopo di lui. Anche riguardo ad Ismaele ti ho esaudito; ecco che io lo renderò fecondo e lo benedirò grandemente: dodici capi egli genererà e di lui farò una grande nazione. Ma farò sussistere la mia alleanza con Isacco, che Sara ti partorirà in questo tempo, l'anno venturo». Dio terminò così di parlare con lui e salì in alto, lasciando Abramo.

      Allora Abramo prese Ismaele suo figlio e tutti i nati nella sua casa e tutti quelli comprati col suo danaro, ogni maschio tra gli uomini della casa di Abramo e circoncise la carne del loro prepuzio, in quello stesso giorno, come Dio gli aveva detto. Or Abramo aveva novantanove anni quando si fece circoncidere la carne del prepuzio. E Ismaele, suo figlio, aveva tredici anni quando gli si circoncise la carne del prepuzio. In quello stesso giorno ricevettero la circoncisione Abramo e Ismaele suo figlio; e tutti gli uomini della sua casa, i nati in casa e i comprati con danaro dagli stranieri, ricevettero con lui la circoncisione.


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    • Capitolo XVIII
    • {1}18

      Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentr'egli sedeva all'ingresso della tenda, nell'ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi ed ecco: tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall'ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: «Mio signore, ti prego, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo. Lasciate che vi faccia portare un po' d'acqua per lavarvi i piedi e stendetevi sotto l'albero. Permettete che vada a prendere un boccone di pane e ristoratevi il cuore, e dopo potrete proseguire, perché è per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli risposero: «Fa' pure così come hai detto». Allora Abramo si affrettò nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, prendi tre staia di fior di farina, impastala e fanne delle focacce!». All'armento corse egli stesso, Abramo, prese un vitello, tenero e gustoso, lo diede al servo, il quale si affrettò a prepararlo. Prese una bevanda di latte acido e latte fresco, insieme col vitello che aveva preparato, e li depose davanti a loro; e così, mentr'egli stava in piedi presso di loro, sotto l'albero, quelli mangiarono. Poi gli dissero: «Dov'è Sara, tua moglie?». Rispose: «Eccola, nella tenda!». Riprese: «Tornerò di sicuro da te, fra un anno, e allora Sara, tua moglie, avrà un figliolo». Intanto Sara stava ad ascoltare all'ingresso della tenda, rimanendo dietro di essa. (Or Abramo e Sara erano vecchi, avanzati negli anni; era cessato di avvenire a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne). Allora Sara rise dentro di sé, dicendo: «Proprio adesso che son vecchia, dovrò provar piacere; anche il mio signore è vecchio!». Ma il Signore disse ad Abramo: «Perché mai ha riso Sara dicendo: "Davvero dovrò partorire, vecchia come sono?". C'è forse qualche cosa che sia impossibile per il Signore? Al tempo fissato, ritornerò da te, fra un anno, e Sara avrà un figlio!». Allora Sara negò dicendo: «Non ho riso!», perché ebbe paura; ma quello rispose: «Hai proprio riso!».

      Poi quegli uomini si alzarono di là e andarono a contemplare dall'alto il panorama di Sòdoma, mentre Abramo si accompagnava con loro per accomiatarli. Il Signore rifletteva: «Forse io celerò ad Abramo quello che sto per fare, mentre Abramo diventerà certamente una nazione grande e potente, e in lui si diranno benedette tutte le nazioni della terra? Infatti l'ho scelto, perché comandi ai suoi figli e al suo casato dopo di lui di osservare la via del Signore, operando ciò che è giustizia e diritto, in modo che il Signore possa attuare su Abramo quanto gli ha promesso». Disse allora il Signore: «C'è il grido di Sòdoma e Gomorra che è troppo grande, e c'è il loro peccato che è molto grave! Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto il male di cui mi è giunto il grido, oppure no; lo voglio sapere!».

      Poi quegli uomini partirono di lì e andarono verso Sòdoma, ma il Signore stava tuttora davanti ad Abramo. Allora Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero stai per sopprimere il giusto con l'empio? Forse vi sono cinquanta giusti entro la città; davvero li vuoi sopprimere e non perdonerai a quel luogo in grazia dei cinquanta giusti che vi si trovano in mezzo? Lungi da te il fare tale cosa! Far morire il giusto con l'empio, cosicché il giusto e l'empio abbiano la stessa sorte; lungi da te! Forse che il giudice di tutta la terra non farà giustizia?». Rispose il Signore: «Se a Sòdoma, in mezzo alla città, io trovo cinquanta giusti, perdonerò a tutta la regione per causa loro!».

      Riprese Abramo e disse: «Ecco che ricomincio a parlare al mio Signore io che sono polvere e cenere... Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque. In rapporto di questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne trovo quarantacinque». Ancora l'altro riprese a parlare a lui e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta...». Rispose: «Non lo farò, per causa di quei quaranta». Riprese: «Di grazia, che il mio Signore non voglia irritarsi e io parlerò ancora: forse là se ne troveranno trenta...». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti...». Rispose: «Non la distruggerò, per causa di quei venti». Riprese: «Non si adiri, di grazia, il mio Signore, e lascia ch'io parli ancora una volta sola; forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per causa di quei dieci». Poi il Signore, com'ebbe finito di parlare con Abramo, se ne andò, e Abramo ritornò alla sua residenza.


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    • Capitolo XIX
    • {1}19

      Quei due angeli arrivarono a Sòdoma sul far della sera, mentre Lot stava ancora seduto alla porta di Sòdoma. Non appena li ebbe visti, Lot andò loro incontro, si prostrò con la faccia a terra e disse: «Ascoltate, vi prego, miei signori, venite in casa del vostro servo; vi passerete la notte, vi laverete i piedi e poi, domattina per tempo, ve ne andrete per la vostra via». Quelli risposero: «No, ma passeremo la notte sulla piazza». Allora egli insistette tanto presso di essi, che andarono da lui ed entrarono nella sua casa. Egli fece per loro un convito, cosse dei pani senza lievito e così mangiarono. Prima che andassero a dormire, ecco che gli uomini della città di Sòdoma s'affollarono intorno alla casa, giovani e vecchi, tutto il popolo al completo, chiamarono Lot e gli dissero: «Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Portaceli fuori, perché vogliamo abusare di loro!». Allora Lot uscì verso di loro sulla porta e, dopo aver chiuso il battente dietro di sé, disse: «No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi pare, purché a questi uomini voi non facciate niente, perché sono entrati all'ombra del mio tetto». Ma quelli risposero: «Tirati via!». E aggiunsero: «Costui è venuto qui come straniero e vuol fare da arbitro! Ora faremo a te peggio che a loro!». E spingendosi violentemente contro quell'uomo, cioè contro Lot, si avvicinarono per sfondare il battente. Allora, dall'interno, gli uomini sporsero le mani, trassero in casa Lot e chiusero il battente; e quanto agli uomini che erano alla porta della casa, li percossero abbagliandoli, dal più piccolo al più grande, cosicché non riuscirono a trovar la porta. Poi gli uomini dissero a Lot: «Chi hai ancora qui? Il genero, i tuoi figli e le tue figlie e tutti quelli che hai nella città, falli uscire da questo luogo, perché noi stiamo per distruggere questo luogo. E' grande il grido al cospetto del Signore, e il Signore ci ha mandati per distruggerli». Lot uscì a parlare ai suoi generi, fidanzati alle sue figliole, e disse: «Alzatevi, uscite da questo luogo, perché il Signore sta per distruggere la città!». Ma parve ai suoi generi ch'egli scherzasse.

      Quando apparve l'alba, gli angeli fecero premura a Lot, dicendo: «Su, prendi tua moglie e le tue due figliole qui presenti ed esci per non essere travolto nel castigo della città». Lot indugiava, onde gli uomini presero per mano lui, sua moglie e le sue due figlie, per un atto di misericordia del Signore verso di lui, lo fecero uscire e lo condussero fuori della città. Ora, quando li ebbero fatti uscire fuori, uno di essi disse: «Fuggi! Si tratta della tua vita! Non guardare indietro e non fermarti nell'ambito della valle; fuggi sulla montagna, per non essere travolto!». Ma Lot gli disse: «No, mio Signore! Vedi, il tuo servo ha trovato grazia ai tuoi occhi e tu hai fatto ben grande la tua misericordia verso di me salvandomi la vita, ma io non riuscirò a fuggire sul monte, senza che la sciagura mi raggiunga e muoia. Vedi questa città, è abbastanza vicina per potermi rifugiare colà, ed è una piccolezza! Lascia ch'io fugga colà -- non è una piccolezza? -- e così la mia vita sarà salva!». Gli rispose: «Ecco, io ti favorisco anche in questa cosa di non rovesciare la città della quale mi hai parlato. Presto, fuggi colà, perché io non posso far nulla finché tu non vi sia arrivato». Perciò il nome di quella città si chiamò Zoar.

      Al momento in cui il sole sorgeva sulla terra, Lot arrivò a Zoar. Allora il Signore fece piovere sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco, proveniente dal Signore, dal cielo. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti della città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una colonna di sale.

      Abramo andò di mattino presto dove si era fermato davanti al Signore, per guardare dall'alto il panorama di Sòdoma e Gomorra e di tutta la terra del circondario e vide che saliva un fumo dal paese, come il fumo della fornace. Così avvenne che quando Dio distrusse le città della valle, si ricordò di Abramo e fece fuggire Lot di mezzo alla catastrofe, quando distrusse le città nelle quali Lot abitava.

      Poi Lot salì da Zoar e andò ad abitare sulla montagna, insieme con le due sue figlie, perché aveva timore di restare a Zoar, e si stabilì in una caverna, lui e le due sue figlie. Or la maggiore disse alla minore: «Il nostro padre è vecchio e non c'è alcun uomo di questo territorio per unirsi a noi, secondo l'uso di tutta la terra. Vieni, facciamo bere del vino a nostro padre e poi corichiamoci con lui, e così faremo sussistere una discendenza da nostro padre». Quella notte fecero bere del vino al loro padre, e la maggiore venne a coricarsi con suo padre; ma egli non se ne accorse né quando essa si coricò né quando essa si alzò. All'indomani la maggiore disse alla minore: «Ecco che ieri mi coricai con nostro padre. Facciamogli bere del vino anche questa notte e va' tu a coricarti con lui, e così faremo sussistere una discendenza da nostro padre». Anche quella notte fecero bere del vino al loro padre e la minore andò a coricarsi con lui; ma egli non se ne accorse né quando essa si coricò né quando essa si alzò. Così le due figliole di Lot concepirono dal padre loro. La maggiore partorì un figliolo e gli pose nome Moab dicendo: «E' da mio padre». Costui è il padre dei Moabiti d'oggigiorno. La minore partorì anch'essa un figlio e gli pose nome «Figlio del mio popolo». Costui è il padre degli Ammoniti d'oggigiorno.


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    • Capitolo XX
    • {1}20

      Abramo levò le tende di là, dirigendosi verso la terra del Negheb; e dimorò tra Kades e Sur, poi prese residenza come straniero a Gerar. Ora Abramo disse di Sara, sua moglie: «E' mia sorella!», onde Abimèlech, re di Gerar, mandò a prendere Sara. Ma Dio venne da Abimèlech, nel sogno della notte, e gli disse: «Ecco che stai per morire, a causa della donna che hai preso, mentr'ella è sottoposta a un marito». Abimèlech non si era ancora accostato a lei. Disse: «Mio Signore, vuoi far morire gente che è giusta? Non fu forse lui a dirmi: "E' mia sorella"? E lei stessa ha detto: "E' mio fratello!". Con la semplicità del mio cuore e con l'innocenza delle mie mani ho fatto questo!». Gli rispose Dio nel sogno: «Anch'io so che con la semplicità del tuo cuore hai fatto questo e fui ancora io a preservarti dal peccato contro di me; perciò non ho permesso che tu la toccassi. Ora restituisci la moglie di quest'uomo: egli è un profeta e pregherà per te, sicché tu conservi la vita. Ma se tu non la vuoi restituire, sappi che dovrai certamente morire con tutti i tuoi». Allora Abimèlech si alzò di mattina presto e chiamò tutti i suoi servi, davanti ai quali riferì tutte queste cose, e quegli uomini si impaurirono assai. Poi chiamò Abramo e gli disse: «Che cosa ci hai fatto? Che colpa ho io commesso contro di te, perché tu abbia attirato su di me e sul mio regno un peccato tanto grande? Cose che non si devono fare tu hai fatto a mio riguardo!». Poi Abimèlech disse ad Abramo: «Che cosa pensavi di fare agendo in tal modo?». Rispose Abramo: «Io mi sono detto: forse non c'è timore di Dio in questo luogo, sicché mi uccideranno per causa di mia moglie. Inoltre essa è veramente mia sorella, figlia di mio padre ma non figlia di mia madre, ed è divenuta mia moglie. Or avvenne che, quando Dio mi fece errare lungi dalla casa di mio padre, io le dissi: Questo è il favore che tu mi farai: in ogni luogo dove noi arriveremo devi dire di me: E' mio fratello!». Allora Abimèlech prese greggi e armenti, schiavi e schiave e li diede ad Abramo e gli restituì la moglie Sara. Poi Abimèlech disse: «Ecco davanti a te il mio territorio: dimora dove ti piace!». E a Sara disse: «Ecco, io do mille pezzi d'argento a tuo fratello; questo sarà per te come risarcimento agli occhi di tutti quelli che sono con te... Così tu sei in tutto riabilitata». Abramo pregò Dio, ed egli guarì Abimèlech, sua moglie e le sue ancelle, sì che poterono ancora generare. Poiché il Signore aveva reso del tutto sterile ogni matrimonio della casa di Abimèlech, per il fatto di Sara, moglie di Abramo.


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    • Capitolo XXI
    • {1}21

      Poi il Signore visitò Sara, come aveva detto, e fece a Sara come aveva promesso. Sara concepì e partorì ad Abramo un figlio nella sua vecchiaia, al tempo che Dio gli aveva detto. Abramo pose nome Isacco al figlio che gli era nato, che gli aveva partorito Sara. Poi Abramo circoncise suo figlio Isacco quando questi ebbe otto giorni, secondo quanto Dio gli aveva comandato. Abramo aveva cento anni, quando gli nacque il figlio Isacco. Allora Sara disse: «Un sorriso ha fatto Dio per me! Quanti lo sapranno rideranno di me!». Poi disse: «Chi avrebbe mai detto ad Abramo: "Sara allatterà dei bimbi?". Perché ho partorito un figlio alla sua vecchiaia».

      Il bambino crebbe e fu slattato e Abramo fece un grande convivio il giorno in cui Isacco fu divezzato. Ma Sara vide che il figlio di Agar l'egiziana, quello che essa aveva partorito ad Abramo, derideva suo figlio Isacco. Disse allora ad Abramo: «Scaccia questa serva e il figlio di lei, perché il figlio di questa serva non deve essere erede con mio figlio Isacco». La cosa dispiacque assai ad Abramo, per causa del figlio suo. Ma Dio disse ad Abramo: «Non dispiaccia agli occhi tuoi per riguardo al fanciullo e alla tua serva; ascolta la voce di Sara in tutto quanto ti dice, perché è attraverso Isacco che tu darai nome a una discendenza. Ma io farò diventare una grande nazione anche il figlio della serva, perché è tua discendenza». Allora Abramo si levò di mattina presto, prese pane, un otre di acqua e li diede ad Agar, la quale mise tutto sopra le sue spalle; le consegnò pure il ragazzo e la cacciò via. Essa partì, sviandosi per il deserto di Bersabea, finché fu esaurita l'acqua dell'otre. Allora essa abbandonò il ragazzo sotto un arbusto e andò a sedersi dirimpetto, alla distanza di un tiro d'arco, perché diceva: «Non voglio vedere quando il ragazzo morrà!». E quand'essa si fu seduta dirimpetto, tenendosi lontana, egli alzò la sua voce e pianse.

      Ma Dio udì la voce del ragazzo e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: «Che hai tu, Agar? Non temere, perché Dio ha ascoltato la voce del ragazzo là dove si trova. Alzati! Solleva il ragazzo e stringi con la tua mano la sua, perché io ne farò una grande nazione!». Dio le aprì gli occhi ed essa vide un pozzo d'acqua. Allora andò a riempire d'acqua l'otre e fece bere il ragazzo. Dio fu col ragazzo che crebbe, abitò nel deserto e divenne un arciere. Egli abitò nel deserto di Paran e sua madre gli prese una moglie del paese d'Egitto.

      In quel tempo Abimèlech con Picol, capo del suo esercito, disse ad Abramo: «Dio è con te in tutto quello che fai. Ebbene, giurami ora per Dio che tu non ingannerai né me né la mia prole e la mia discendenza; come io ho agito amichevolmente con te, così tu agirai con me e col mio paese, nel quale hai soggiornato da forestiero». Rispose Abramo: «Io giuro!».

      Però, ogni volta che Abramo rimproverava Abimèlech per la questione di un pozzo d'acqua che i servi di Abimèlech avevano usurpato, Abimèlech rispondeva: «Io non so chi abbia fatto questa cosa, né tu me ne hai informato né io ne ho sentito parlare se non oggi».

      Allora Abramo prese pecore e buoi e li diede ad Abimèlech; e i due stipularono un'alleanza. Abramo mise poi da parte sette agnelle del gregge, ed Abimèlech gli domandò: «Che ci stanno a fare queste sette agnelle che hai messo da parte?». Rispose: «Tu accetterai queste sette agnelle dalla mia mano, perché ciò mi valga da testimonianza che io ho scavato questo pozzo». Per questo quel luogo si chiamò Bersabea, perché ivi fecero giuramento ambedue. E dopo che ebbero stipulata l'alleanza a Bersabea, Abimèlech si levò con Picol, capo del suo esercito, e ritornarono nel paese dei Filistei.

      Poi Abramo piantò un tamerice in Bersabea, ivi invocò il nome del Signore, Dio eterno, e soggiornò come forestiero nel paese dei Filistei, per molto tempo.


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    • Capitolo XXII
    • {1}22

      Dopo queste cose, Dio tentò Abramo dicendogli: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Su, prendi tuo figlio, il tuo diletto che tu ami, Isacco, e va' nel territorio di Moria, e offrilo ivi in olocausto su di un monte che io ti dirò!». Abramo si alzò di mattino per tempo, sellò il suo asino, prese con sé due suoi servi ed Isacco suo figlio, spaccò la legna per l'olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva detto. Al terzo giorno Abramo, alzando gli occhi, vide da lontano il luogo. Allora disse ai suoi due servi: «Sedetevi e dimorate qui, con l'asino; io e il ragazzo andremo fin là, faremo adorazione e poi ritorneremo da voi». Abramo prese la legna dell'olocausto e la caricò su Isacco, suo figlio; egli prese in mano il fuoco e il coltello e s'incamminarono tutt'e due insieme. Isacco si rivolse a suo padre Abramo e disse: «Padre mio!». Rispose: «Eccomi, figlio mio!». Riprese: «Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov'è l'agnello per l'olocausto?». Rispose Abramo: «Dio si provvederà da sé l'agnello per l'olocausto, figlio mio!». E proseguirono tutt'e due insieme. Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva detto e ivi Abramo edificò l'altare, vi depose la legna, legò Isacco suo figlio e lo depose sull'altare sopra la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per scannare il suo figliolo. Ma l'angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che rispetti Dio e non mi hai risparmiato il tuo figliolo, l'unico tuo!». Allora Abramo alzò gli occhi e guardò; ed ecco: un ariete ardente, ghermito dal fuoco, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l'ariete e l'offrì in olocausto al posto del suo figliolo. Abramo chiamò il nome del santuario «il Signore provvede», onde oggi si dice: «Sul monte il Signore provvede». Poi l'angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato il tuo figliolo, l'unico tuo, io ti benedirò con ogni benedizione e moltiplicherò assai la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia ch'è sul lido del mare; la tua discendenza s'impadronirà della porta dei suoi nemici e si diranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, in compenso del fatto che tu hai ubbidito alla mia voce». Poi Abramo tornò dai suoi servi, e insieme si misero in cammino verso Bersabea; e Abramo abitò a Bersabea.

      Dopo queste cose, ad Abramo fu portato un rapporto in questi termini: «Ecco, Milca ha partorito anch'essa dei figli a Nacor tuo fratello: il primogenito Uz, suo fratello Buz, Kemuèl, il padre di Aram, Chèsed, Azo, Pildas, Idlaf e Betuèl. Betuèl generò Rebecca. Questi otto partorì Milca a Nacor, fratello di Abramo. La concubina ch'egli aveva, di nome Reuma, anch'essa partorì dei figli: Tebach, Gacam, Tacas e Maaca».


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    • Capitolo XXIII
    • {1}23

      Gli anni della vita di Sara furono centoventisette: questi furono gli anni della vita di Sara. Sara morì a Kiriat-Arba, che è Ebron, nella terra di Canaan, e Abramo entrò per far lutto per Sara e per piangerla. Poi Abramo si alzò dalla presenza del suo morto e disse agli Hittiti: «Io sono forestiero e residente tra voi. Datemi la proprietà di un sepolcro, sotto la vostra autorità, sicché io possa portar via il mio morto e seppellirlo». Gli Hittiti risposero ad Abramo: «Prego! Ascolta noi, o signore! Tu sei un principe eccelso in mezzo a noi! Nel migliore dei nostri sepolcri seppellisci il tuo morto. Nessuno di noi ti proibirà di seppellire il tuo morto nel proprio sepolcro». Ma Abramo si alzò, s'inchinò davanti al popolo del paese, davanti agli Hittiti, e disse loro: «Se è proprio conforme al vostro intimo che io porti via il mio morto e lo seppellisca, ascoltatemi e interponetevi per me presso Efron figlio di Zocar, perché mi venda la sua caverna di Macpela, che è all'estremità del suo campo. Per il suo pieno valore in argento, me la venda come proprietà sepolcrale in mezzo a voi». Or Efron era presente in mezzo agli Hittiti. Rispose dunque Efron l'hittita ad Abramo, mentre lo udivano gli Hittiti, tutti coloro che entravano per la porta della sua città, e disse: «Prego, signor mio, ascolta me: ti vendo il campo; e anche la caverna che è in esso, te la vendo; in presenza dei figli del mio popolo te la vendo. Seppellisci il tuo morto». Allora Abramo s'inchinò davanti a lui alla presenza del popolo del paese, e parlò a Efron, mentre lo udiva il popolo del paese, e disse: «Se proprio tu, di grazia, mi ascolti, io ti do il prezzo del campo; accettalo da me, così io seppellirò il mio morto». Efron rispose ad Abramo, dicendo: «Di grazia, ascoltami, signor mio; una terra di quattrocento sicli d'argento che cosa è mai tra me e te? Seppellisci dunque il tuo morto». Allora Abramo accedette alla richiesta di Efron e pesò ad Efron il prezzo che egli aveva detto, mentre lo udivano gli Hittiti, cioè quattrocento sicli d'argento, di moneta corrente tra chi gira. Così il campo di Efron, che si trovava in Macpela, a oriente di Mamre, sia il campo che la caverna che vi si trovava e tutti gli alberi che vi erano dentro il campo e sul suo limite tutt'intorno, passarono in proprietà di Abramo, alla presenza degli Hittiti, di tutti quelli che entravano nella porta della loro città. Dopo di che Abramo seppellì Sara, sua moglie, nella caverna del campo di Macpela, a oriente di Mamre, che è Ebron, nel paese di Canaan. Fu così che il campo e la caverna che vi si trovava furono trasferiti dagli Hittiti ad Abramo, come proprietà per sepolture.


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    • Capitolo XXIV
    • {1}24

      Abramo era vecchio, avanzato negli anni, e il Signore lo aveva benedetto in ogni cosa. Allora Abramo disse al suo servo, il più anziano della sua casa, che amministrava tutti i suoi beni: «Metti la tua mano sotto il femore mio, e io ti farò giurare per il Signore, Dio del cielo e della terra, che tu non prenderai per mio figlio una moglie tra le figlie dei Cananei, in mezzo ai quali io abito, ma che andrai al mio paese e alla mia parentela a prendere una moglie per il figlio mio Isacco». Gli disse il servo: «Può darsi che quella donna non si senta di seguirmi in questo paese; dovrò forse ricondurre tuo figlio alla terra donde sei tu uscito?». Gli rispose Abramo: «Guardati dal ricondurre colà il mio figliolo! Il Signore, Dio del cielo e della terra, che mi ha tolto dalla casa di mio padre e dalla terra dei miei padri, colui che mi ha parlato e mi ha giurato dicendo: "Alla tua discendenza darò questo paese", egli stesso manderà il suo angelo davanti a te, cosicché tu possa prendere di là una moglie per il mio figliolo. Che se la donna non si sentirà di seguirti, allora sarai libero dal giuramento fatto a mio favore; soltanto non devi ricondurre colà il mio figliolo». Allora il servo mise la mano sotto la coscia di Abramo, suo padrone, e gli prestò giuramento riguardo a questo affare.

      Poi il servo prese dieci cammelli del suo padrone e, provvisto di ogni sorta di cose preziose del suo padrone, si mise in viaggio e andò nel paese dei due fiumi, alla città di Nacor. Fece inginocchiare i cammelli fuori della città, presso il pozzo d'acqua, nell'ora della sera, l'ora in cui sogliono uscire le donne ad attingere.

      Poi disse: «Signore, Dio del mio signore Abramo, dammi fortuna quest'oggi, te ne prego, e usa benevolenza verso il mio signore Abramo! Ecco, io mi metto ritto presso la fonte dell'acqua, mentre le figlie degli uomini della città escono per attingere acqua. Ebbene, la giovinetta alla quale dirò: "Abbassa, per favore, la tua anfora e lasciami bere" e quella dirà: "Bevi, e anche ai tuoi cammelli darò da bere", sarà quella che tu hai destinato al tuo servo, a Isacco; e da questo conoscerò che tu hai usato benevolenza al mio signore».

      Ora egli non aveva ancora finito di parlare, quand'ecco Rebecca, che era nata a Betuèl, figlio di Milca, moglie di Nacor, fratello di Abramo, usciva con l'anfora sulla sua spalla. La giovinetta era assai avvenente d'aspetto, era vergine e non aveva conosciuto alcun uomo. Essa scese alla sorgente, riempì l'anfora e risalì. Il servo allora le corse incontro e disse: «Fammi sorbire, per favore, un po' d'acqua dalla tua anfora!». Rispose: «Bevi, signor mio!». Si affrettò a calare la sua anfora sulla mano e lo fece bere. Dopo che ella finì di farlo bere, disse: «Anche per i tuoi cammelli attingerò, finché abbiano bevuto abbastanza». E presto vuotò l'anfora nell'abbeveratoio, poi corse di nuovo ad attingere al pozzo, e attinse per tutti i cammelli di lui. Intanto quell'uomo la contemplava in silenzio, in attesa di conoscere se il Signore avesse o no fatto riuscire il suo viaggio. Quando i cammelli ebbero finito di bere, quell'uomo prese un anello d'oro, del peso di mezzo siclo, e lo pose alle sue narici e due braccialetti alle braccia, del peso di dieci sicli d'oro; poi disse: «Di chi sei figlia? Dimmelo, per favore. C'è posto per noi in casa di tuo padre, per passarvi la notte?». Gli rispose: «Io sono figlia di Betuèl, il figlio di Milca, ch'essa partorì a Nacor». Soggiunse: «C'è strame e paglia in quantità da noi, e anche posto per passare la notte». Allora quell'uomo si prostrò, adorò il Signore e disse: «Sia benedetto il Signore, Dio del mio padrone Abramo, che non ha cessato di usare benevolenza e fedeltà verso il mio signore! Quanto a me, il Signore mi ha guidato per via, fino alla casa dei fratelli del mio signore!».

      La giovinetta corse a raccontare alla casa di sua madre tutte queste cose. Or Rebecca aveva un fratello di nome Làbano. Anche Làbano corse fuori da quell'uomo alla sorgente. Quando infatti ebbe visto il pendente e i braccialetti sulle braccia di sua sorella e quand'ebbe udito le parole di Rebecca, sua sorella, che diceva: «Così mi ha parlato quell'uomo», venne da quell'uomo, ed eccolo che se ne stava in piedi, presso i cammelli vicino alla sorgente. Gli disse: «Vieni, o benedetto dal Signore! Perché te ne stai fermo, fuori, mentre io ho preparato la casa e il posto per i cammelli?». Allora l'uomo entrò in casa e quello tolse il basto ai cammelli, fornì strame e foraggio ai cammelli e acqua per lavare i piedi di lui e i piedi degli uomini ch'erano con lui.

      Poi gli fu posto davanti da mangiare, ma egli disse: «Non mangerò, finché non avrò detto le parole che io ho da dire!». Gli risposero: «Di' pure!». Disse allora: «Io sono servo di Abramo. Il Signore ha molto benedetto il mio padrone, che è diventato potente; gli ha dato greggi e armenti, argento e oro, schiavi e schiave, cammelli e asini. Poi Sara, la moglie del mio padrone, ha partorito un figlio al mio signore, quando ormai era vecchio, ed egli ha dato a lui tutti i suoi beni. Il mio signore mi ha fatto giurare in questi termini: "Non devi prendere per mio figlio una moglie tra le figlie dei Cananei, in mezzo ai quali abito; ma andrai alla casa di mio padre, alla mia famiglia, a prendere una moglie per il figlio mio". Io dissi al mio padrone: "Può darsi che la donna non mi segua". Mi rispose: "Il Signore, alla cui presenza io cammino continuamente, manderà teco il suo angelo e farà riuscire il tuo viaggio, cosicché tu possa prendere una moglie per il mio figliolo dalla mia famiglia e dalla casa di mio padre. Solo allora sarai esente dalla mia maledizione, quando sarai andato alla mia famiglia; anche se non te la daranno, sarai esente dalla mia maledizione". Così oggi sono arrivato alla fonte e ho detto: "Signore, Dio del mio padrone Abramo, di grazia, se tu stai per far riuscire il viaggio che sto facendo, ecco, io mi metto ritto presso la fonte d'acqua; ebbene, la giovane che uscirà ad attingere, alla quale io dirò: Fammi bere, per favore, un po' d'acqua dalla tua anfora', e che mi dirà: 'Bevi tu e anche per i tuoi cammelli io attingerò', sarà quella la moglie che il Signore ha destinato al figliolo del mio padrone". Io non avevo ancora finito di parlare, quand'ecco Rebecca uscire con l'anfora sulla sua spalla; discese alla fonte, attinse ed io le dissi: "Fammi bere, per favore!". Subito essa calò giù la sua anfora e disse: "Bevi; e anche ai tuoi cammelli darò da bere!". Così io bevvi ed essa diede da bere anche ai cammelli. Allora io la interrogai e le dissi: "Di chi sei figlia?". Mi rispose: "Sono figlia di Betuèl, figlio di Nacor, che Milca gli partorì". Allora io le ho posto il pendente alle narici e i braccialetti alle braccia. Poi mi prostrai, adorai e benedissi il Signore Dio del mio padrone Abramo, il quale mi ha guidato per la via giusta a prendere per suo figlio la figlia del fratello del mio signore. Ed ora, se intendete usare benevolenza e fedeltà verso il mio signore, fatemelo sapere; e se no, fatemelo pure sapere, perché io mi rivolga a destra o a sinistra».

      Allora Làbano e Betuèl risposero e dissero: «E' dal Signore che la cosa procede; non possiamo parlarti né in male né in bene. Ecco Rebecca davanti a te; prendila e va', e sia la moglie del figlio del tuo signore, così come ha parlato il Signore». Quando il servo di Abramo ebbe udito le loro parole, si prostrò a terra, adorando il Signore. Poi il servo tirò fuori oggetti di argento e oggetti d'oro e vesti e li diede a Rebecca; cose preziose donò pure al fratello e alla madre di lei. Poi mangiarono e bevvero egli e gli uomini che erano con lui, e passarono la notte. Alzatisi alla mattina, egli disse: «Lasciatemi andare dal mio signore!».

      Ma il fratello di lei e la madre dissero: «Rimanga la giovinetta con noi qualche giorno o una diecina di giorni, dopo te ne andrai». Rispose loro: «Non trattenetemi, perché il Signore ha fatto riuscire il mio viaggio. Lasciatemi partire, affinché io possa andare dal mio signore!». Dissero allora: «Chiamiamo la giovinetta per chiedere la sua opinione». Chiamarono Rebecca e le dissero: «Vuoi forse partire con quest'uomo?». Essa rispose: «Partirò!». Allora essi lasciarono partire Rebecca con la sua balia, insieme col servo di Abramo e i suoi uomini. Benedissero Rebecca e le dissero:

      «O tu, sorella nostra, diventa migliaia di miriadi,

      e la tua stirpe conquisti la porta dei tuoi nemici!»

      Così Rebecca e le sue ancelle si levarono, montarono sui cammelli e seguirono quell'uomo. E il servo prese con sé Rebecca e partì.

      Intanto Isacco era venuto nel deserto di Lacai-Roi; abitava infatti nel territorio del Negheb. Isacco uscì, sul far della sera, per divagarsi, quand'ecco, alzando gli occhi, vide venire dei cammelli. Alzò gli occhi anche Rebecca e vide Isacco e subito scivolò giù dal cammello. Domandò al servo: «Chi è quell'uomo che viene attraverso la steppa, incontro a noi?». Il servo rispose: «E' il mio signore!». Allora essa prese il velo e si coprì. Poi il servo raccontò ad Isacco tutte le cose che aveva fatto. E Isacco introdusse Rebecca nella tenda ch'era stata di Sara sua madre; poi si prese Rebecca in moglie e l'amò. Così Isacco si consolò dopo la morte della madre sua.


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    • Capitolo XXV
    • {1}25

      Abramo prese un'altra moglie: essa aveva nome Chetura. Essa gli partorì Zimran, Ioksan, Medan, Madian, Isbak e Suach. Ioksan generò Saba e Dedan e i figli di Dedan furono gli Asurim, i Letusim e i Leummim. I figli di Madian furono Efa, Efer, Enoch, Abida ed Eldaa. Tutti questi sono i figli di Chetura.

      Abramo diede tutti i suoi beni a Isacco. Quanto ai figli che Abramo aveva avuto dalle concubine, diede loro doni e, mentre era ancora in vita, li licenziò mandandoli lontano da Isacco suo figlio, verso oriente, nella terra d'oriente.

      Questa è la durata della vita di Abramo: centosettantacinque anni. Poi Abramo spirò e morì dopo una felice vecchiaia, vecchio e sazio di giorni e fu riunito ai suoi antenati. Lo seppellirono i suoi figli Isacco e Ismaele nella caverna di Macpela, nel campo di Efron figlio di Socar, l'hittita, di fronte a Mamre. E' appunto il campo che Abramo aveva comprato dagli Hittiti. Ivi furono sepolti Abramo e Sara sua moglie. Dopo la morte di Abramo, Dio benedisse il figlio di lui Isacco; e Isacco abitò presso il pozzo di Lacai-Roi.

      Questi sono i discendenti di Ismaele, figlio di Abramo, che Agar l'egiziana, schiava di Sara, gli aveva partorito. Questi sono i nomi dei figli di Ismaele, con i loro nomi in ordine di generazione: il primogenito di Ismaele è Nebaiòt, poi Kedar, Adbeèl, Mibsam, Misma, Duma, Massa, Adad, Tema, Ietur, Nafis, Kedma. Questi sono i figli di Ismaele e questi sono i nomi loro e dei loro attendamenti e accampamenti. Sono i dodici principi delle relative genti. E questi sono gli anni di vita di Ismaele: centotrentasette anni; poi spirò e morì e fu riunito ai suoi antenati. Egli abitò da Avila fino a Sur, che è lungo il confine dell'Egitto, in direzione di Assur. Egli si era accampato di fronte a tutti i propri fratelli.

      Questa è la storia della discendenza di Isacco, figlio di Abramo. Abramo aveva generato Isacco. Isacco aveva quarant'anni quando prese per sé Rebecca, figlia di Betuèl, l'arameo di Paddan-Aram e sorella di Làbano l'arameo.

      Isacco supplicò il Signore per sua moglie, perché essa era sterile, e il Signore lo esaudì, cosicché Rebecca sua moglie divenne incinta. Se non che i figli si pressavano l'un l'altro dentro di lei, ond'ella disse: «Se è così, perché questo?...». E andò a consultare il Signore. Il Signore rispose:

      «Due clan nel tuo ventre

      e due popoli dalle tue viscere si separeranno.

      Un popolo prevarrà sull'altro popolo

      e il maggiore servirà il minore».

      Quando poi si fu compiuto per lei il tempo in cui doveva partorire, ecco che due gemelli le stavano nel ventre. Il primo uscì rossiccio, come un peloso mantello, e lo chiamarono Esaù. Subito dopo uscì suo fratello nell'atto di tenere con la mano il calcagno di Esaù, e lo si chiamò Giacobbe.

      Isacco aveva sessant'anni, alla loro nascita.

      I fanciulli crebbero. Esaù divenne un uomo assuefatto alla caccia, un uomo della steppa, mentre Giacobbe era un uomo tranquillo, che dimorava sotto le tende. Isacco prese ad amare Esaù, perché la cacciagione era di suo gusto, mentre Rebecca amava Giacobbe.

      Una volta che Giacobbe aveva fatto cuocere una minestra, arrivò Esaù dalla steppa tutto trafelato. Allora Esaù disse a Giacobbe: «Fammi trangugiare, per carità, un po' di questa minestra rossa, perché io sono sfinito!». Per questo fu chiamato il suo nome Edom. Giacobbe rispose: «Anzitutto vendi la tua primogenitura a me». Di rimando Esaù: «Eccomi sul punto di morire, e a che cosa mi vale una primogenitura?». Giacobbe allora disse: «Giuramelo immediatamente!». E quello glielo giurò e vendette la sua primogenitura a Giacobbe. Giacobbe diede allora a Esaù pane e minestra di lenticchie. Quello mangiò, bevve, poi si levò andandosene. Tanto poco stimò Esaù la primogenitura!


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    • Capitolo XXVI
    • {1}26

      Or ci fu una carestia nel paese, oltre la carestia precedente, che era avvenuta ai tempi di Abramo, onde Isacco andò da Abimèlech, re dei Filistei, a Gerar. Gli apparve allora il Signore e gli disse: «Non scendere in Egitto: accampati nella regione che io ti dirò. Sii ospite in questo paese e io sarò con te e ti benedirò, perché a te e alla tua discendenza io darò tutti questi paesi e farò così sussistere il giuramento che ho fatto ad Abramo tuo padre. Moltiplicherò la tua discendenza come le stelle del cielo e darò alla tua discendenza tutti questi paesi e tutte le nazioni della terra si diranno benedette per la tua discendenza; in ricompensa del fatto che Abramo ubbidì alla mia voce e osservò ciò che io gli avevo dato da osservare: i miei comandamenti, le mie istituzioni e le mie leggi». Così Isacco dimorò a Gerar.

      Gli uomini del luogo lo interrogarono intorno a sua moglie ed egli disse: «E' mia sorella!», infatti aveva timore di dire «mia moglie», pensando che gli uomini del luogo lo uccidessero, per causa di Rebecca, perché essa era avvenente di aspetto. Quando erano già passati lunghi giorni colà, Abimèlech, re dei Filistei, si affacciò alla finestra e vide che Isacco stava accarezzando la propria moglie Rebecca. Allora Abimèlech chiamò Isacco e disse: «Non c'è dubbio che costei sia tua moglie; e come mai tu hai detto: "E' mia sorella"?». Gli rispose Isacco: «Perché mi son detto: "Che non abbia a morire per causa di lei!"». Riprese Abimèlech: «Che cosa mai è questo che tu hai fatto? Poco ci mancava che qualcuno del popolo giacesse con tua moglie e tu attirassi così su di noi una colpa!». Allora Abimèlech diede ordine a tutto il popolo in questi termini: «Colui che tocca quest'uomo o la sua moglie sarà senz'altro messo a morte!».

      Poi Isacco fece una semina in quel paese, e raccolse quell'anno una misura centuplicata. Il Signore lo benedisse tanto, che quest'uomo diventò grande e continuò a crescere finché fu grande assai, e venne a possedere greggi di pecore e armenti di buoi e numerosa servitù, onde i Filistei cominciarono a invidiarlo. Intanto tutti i pozzi che avevano scavato i servi di suo padre, ai tempi di Abramo, suo padre, i Filistei li avevano turati e li avevano riempiti di terra. Allora Abimèlech disse ad Isacco: «Vattene via da noi, perché tu sei troppo più potente di noi!». Isacco andò via di là, si accampò nel torrente di Gerar e vi si stabilì.

      Isacco riscavò i pozzi d'acqua che avevano scavato ai giorni di Abramo suo padre, e che i Filistei avevano turato dopo la morte di Abramo, e li denominò con gli stessi nomi con cui li aveva chiamati suo padre. I servi di Isacco scavarono poi nella valle e vi trovarono un pozzo di acqua viva. Ma i pastori di Gerar vennero a contesa con i pastori di Isacco, dicendo: «L'acqua è nostra!». Ond'egli chiamò il pozzo Esech, perché quelli avevano litigato con lui. Scavarono un altro pozzo, ma quelli vennero a contesa anche per questo, ond'egli lo chiamò Sitna. Allora si mosse di là e scavò un altro pozzo, per il quale non vennero a contesa, ond'egli lo chiamò Recobot e disse: «Ormai il Signore ci ha dato spazio libero, sicché noi possiamo prosperare nel paese».

      Poi di là egli salì a Bersabea, e durante quella notte gli apparve il Signore e disse:

      «Io sono il Dio di Abramo, di tuo padre:

      non temere, perché io sono con te.

      Ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza

      in grazia di Abramo, mio servo».

      Allora egli costruì colà un altare e invocò il nome del Signore. Ivi rizzò la sua tenda, mentre i suoi servi stavano scavando un pozzo.

      Nel frattempo Abimèlech da Gerar era andato da lui, insieme con Acuzzat, suo amico, e Picol, capo del suo esercito. Isacco disse loro: «Come mai siete venuti da me, mentre voi mi odiate e mi avete cacciato da voi?». Gli risposero: «Abbiamo proprio visto che il Signore è con te e abbiamo detto: Vi sia un giuramento tra di noi: tra noi da una parte e te dall'altra parte, e lascia che concludiamo un patto con te; che tu non ci farai del male, a quel modo che noi non ti abbiamo toccato e a quel modo che noi non ti abbiamo fatto se non il bene e ti abbiamo mandato via in pace. Tu ora sei un uomo benedetto dal Signore». Egli fece allora un convito per loro e mangiarono e bevvero. Alzatisi alla mattina presto fecero giuramento l'uno all'altro, poi Isacco li licenziò e quelli partirono da lui in pace. Or proprio quel giorno arrivarono i servi di Isacco e l'informarono a proposito del pozzo che avevano scavato e gli dissero: «Abbiamo trovato l'acqua!». Allora egli lo chiamò Sibea. Per questo il nome della città fu Bersabea, fino al giorno d'oggi.

      Quando Esaù ebbe quarant'anni, prese in moglie Giudit, figlia di Beeri l'hittita, e Basemat, figlia di Elon l'hittita. Esse divennero l'intimo rammarico per Isacco e per Rebecca.


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    • Capitolo XXVII
    • {1}27

      Quando Isacco era diventato vecchio e gli occhi gli si erano indeboliti in modo che non vedeva più, chiamò il figlio maggiore Esaù e gli disse: «Figlio mio!». Gli rispose: «Eccomi!». Riprese: «Vedi che io sono vecchio; non so il giorno della mia morte. Ora prendi le tue armi, la tua faretra e il tuo arco, esci nella steppa e prendi per me della selvaggina. Poi preparami un piatto gustoso che io amo e portamelo perché io ne mangi, affinché l'anima mia ti benedica prima che io muoia».

      Or Rebecca ascoltava, mentre Isacco parlava al suo figlio Esaù. Andò, dunque, Esaù nella steppa a cacciar selvaggina. Intanto Rebecca disse a Giacobbe suo figlio: «Bada, ho sentito tuo padre che parlava a tuo fratello Esaù in questi termini: "Portami della selvaggina e preparami un piatto da mangiare, poi ti benedirò, con l'approvazione del Signore, prima della mia morte". Orbene, figlio mio, obbedisci alla mia voce in ciò che ti comando: va' al gregge e prendimi due bei capretti, affinché io ne faccia un piatto gustoso per tuo padre, come lui ama; così tu lo porterai a tuo padre da mangiare in modo che ti benedica prima della sua morte». Rispose Giacobbe a Rebecca, sua madre: «Bada che mio fratello Esaù è un uomo peloso, mentre io sono di pelle liscia. Forse mio padre mi tasterà e io farò la figura di uno che si prende gioco di lui e attirerò sopra di me una maledizione invece che una benedizione!». Ma sua madre gli rispose: «Sia sopra di me la maledizione, figlio mio! Tu obbedisci soltanto e vammi a prendere quanto ho detto».

      Allora egli andò a prenderli e li portò a sua madre; così la madre sua ne fece un piatto gustoso, come amava suo padre. Poi Rebecca prese i vestiti preziosi di Esaù, suo figlio maggiore, che erano in casa presso di lei e ne vestì Giacobbe, suo figlio minore, mentre con le pelli dei capretti aveva rivestito le braccia di lui e la parte liscia del collo suo. Poi mise in mano al suo figlio Giacobbe il piatto gustoso e il pane che aveva preparato.

      Così egli venne da suo padre e disse: «Padre mio!». Rispose: «Eccomi; chi sei tu, figlio mio?». E Giacobbe rispose a suo padre: «Io sono Esaù, il tuo primogenito. Ho fatto come tu hai detto. Alzati, dunque, siediti e mangia la mia cacciagione, perché poi mi benedica l'anima tua». Ma Isacco obiettò a suo figlio: «Come, dunque, hai fatto così presto a trovarla, figlio mio?». Rispose: «Il Signore me l'ha fatta capitare davanti». Isacco disse a Giacobbe: «Avvicinati e lascia che ti tasti, figlio mio, per sapere se tu sei proprio mio figlio Esaù, o no». Giacobbe si avvicinò ad Isacco suo padre, il quale lo tastò e disse: «La voce è la voce di Giacobbe, ma le braccia sono le braccia di Esaù». Così non lo smascherò, perché le braccia di lui erano pelose come le braccia di suo fratello Esaù, e si accinse a benedirlo. Gli disse, dunque: «Sei proprio tu il mio figlio Esaù?». Rispose: «Lo sono». Allora disse: «Porgimi da mangiare della cacciagione del mio figlio, perché l'anima mia ti benedica». Quello gliene porse ed egli mangiò e gli recò del vino ed egli bevve. Poi suo padre Isacco gli disse: «Vieni qui vicino e baciami, figlio mio!». Gli si avvicinò e lo baciò.

      Allora Isacco aspirò l'odore degli abiti di lui e lo benedisse dicendo:

      «Ecco: l'odore del figlio mio

      come l'odore d'un campo

      che il Signore ha benedetto.

      Dio ti dia la rugiada dei cieli,

      i pingui succhi della terra

      e abbondanza di frumento e di mosto.

      Ti servano i popoli e si prostrino davanti a te le genti.

      Sii padrone dei tuoi fratelli

      e si prostrino davanti a te i figli di tua madre.

      Chi ti maledice, sia maledetto,

      e chi ti benedice, sia benedetto!».

      Quando Isacco ebbe finito di benedire Giacobbe e questi era appena uscito dalla presenza di suo padre Isacco, ecco che Esaù, suo fratello, rientrò dalla caccia. Anche lui preparò un piatto gustoso, poi lo recò a suo padre e gli disse: «Si alzi il mio padre e mangi della cacciagione del suo figlio, perché l'anima tua mi benedica». Gli disse suo padre Isacco: «Chi sei tu?». Rispose: «Io sono il tuo figlio primogenito Esaù». Allora Isacco fu scosso da un tremito grande assai e disse: «Chi è, dunque, colui che ha preso la cacciagione e me l'ha recata? Io ho mangiato tutto, prima che tu arrivassi, e l'ho benedetto. Anzi benedetto resterà!». Quando Esaù sentì le parole di suo padre, scoppiò in un grido di dolore grande e amaro assai. Poi disse a suo padre: «Benedicimi... anche me, padre mio!». Rispose: «E' venuto tuo fratello con inganno e si è presa la tua benedizione». Rispose: «Certo, a ragione si chiama Giacobbe, perché m'ha soppiantato già due volte! Già si è presa la primogenitura ed ecco ora si è preso la mia benedizione!». Poi soggiunse: «Non hai forse conservato una benedizione per me?». Isacco rispose e disse ad Esaù: «Ecco, io l'ho costituito tuo padrone e gli ho dato come servi tutti i suoi fratelli; l'ho sostenuto con frumento e mosto; e per te che cosa mai potrò fare, figlio mio?». Esaù disse a suo padre: «Hai dunque una sola benedizione, padre mio? Benedicimi... anche me, padre mio!». Poi Esaù alzò la sua voce e pianse. Allora Isacco suo padre prese la parola e disse a lui:

      «Ecco, senza pingui succhi della terra

      sarà la tua sede,

      e senza la rugiada dei cieli dall'alto!

      Sulla tua spada vivrai, ma tuo fratello servirai;

      ma quando ti ribellerai,

      spezzerai il suo giogo dal tuo collo».

      Esaù prese allora ad osteggiare Giacobbe per la benedizione che suo padre gli aveva dato, e disse nel suo cuore: «Si avvicinano i giorni del lutto per mio padre e allora ucciderò mio fratello Giacobbe». Furono riferite a Rebecca le parole di Esaù, suo figlio maggiore, ed essa mandò a chiamare Giacobbe, suo figlio minore, e gli disse: «Bada che Esaù, tuo fratello, vuol vendicarsi di te, uccidendoti. Or dunque, figlio mio, ubbidisci alla mia voce: fuggi verso Carran, da mio fratello Làbano. Abiterai con lui qualche tempo, finché l'irritazione di tuo fratello si sarà calmata. Quando si sarà stornata da te la collera di tuo fratello e si sarà dimenticato di quello che gli hai fatto, allora io manderò a prenderti di là. Perché dovrei venir privata di voi due in un sol giorno?».

      Allora Rebecca disse ad Isacco: «Mi viene a noia la vita a causa di queste donne hittite; se Giacobbe prende in moglie qualche donna hittita come queste, tra le figlie del paese, a che cosa mi serve la vita?».


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    • Capitolo XXVIII
    • {1}28

      Allora Isacco chiamò Giacobbe, gli diede gli addii, dopo avergli dato questo comando: «Tu non devi prender moglie tra le figlie di Canaan. Va' in Paddan-Aram, nella casa di Betuèl, padre di tua madre, e prenditi di là in moglie qualcuna delle figlie di Làbano, fratello di tua madre. Ti benedica Dio onnipotente, ti renda fecondo e ti moltiplichi, sì che tu diventi un'assemblea di popoli. Conceda la benedizione di Abramo a te e alla tua discendenza con te, perché tu possegga la terra dove hai soggiornato come forestiero, quella che Dio ha dato ad Abramo».

      Così Isacco fece partire Giacobbe, che andò in Paddan-Aram presso Làbano figlio di Betuèl, l'arameo, fratello di Rebecca, madre di Giacobbe e di Esaù.

      Esaù vide che Isacco aveva benedetto Giacobbe, l'aveva mandato in Paddan-Aram per prendersi una moglie di là e gli aveva dato un comando in questi termini: «Non prender moglie tra le figlie di Canaan»; e Giacobbe aveva obbedito a suo padre e a sua madre ed era partito per Paddan-Aram. Così Esaù comprese che le figlie di Canaan erano malviste da Isacco, suo padre.

      Allora si recò da Ismaele e si prese in moglie Macalat figlia di Ismaele, figlio di Abramo, sorella di Nebaiot, oltre le mogli che aveva.

      Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran. Capitò allora in un certo luogo, dove si fermò per pernottare, perché il sole era tramontato; prese una pietra, se la pose come cuscino del suo capo e si coricò in quel luogo.

      E sognò di vedere una scala che poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco: gli angeli di Dio salivano e scendevano per essa.

      Ed ecco: il Signore gli stava davanti e disse: «Io sono il Signore, il Dio di Abramo, tuo padre, e il Dio d'Isacco. La terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e al tuo seme. La tua discendenza sarà come la polvere della terra e ti estenderai a occidente e a oriente, a settentrione e a mezzogiorno. Saranno benedette in te e nella tua discendenza tutte le famiglie della terra. Ed ecco che io sono con te e ti custodirò dovunque andrai e poi ti farò ritornare in questo paese, perché non ti abbandonerò se prima non avrò fatto tutto quello che ti ho detto».

      Allora Giacobbe si svegliò dal suo sonno e disse: «Veramente c'è il Signore in questo luogo e io non lo sapevo!». Ebbe paura e disse: «Com'è terribile questo luogo! Questa è nientemeno che la casa di Dio e la porta del cielo».

      Si alzò Giacobbe alla mattina, prese la pietra che si era posta come cuscino del suo capo e la rizzò come stele sacra e versò olio sulla sua sommità. E chiamò quel luogo Betel, mentre prima il nome della città era Luz.

      Giacobbe fece questo voto: «Se Dio sarà con me e mi custodirà in questo viaggio che sto facendo e mi darà pane per mangiare e vesti per vestire, e se ritornerò in pace alla casa di mio padre, allora il Signore sarà il mio Dio. E questa pietra che io ho eretto come una stele sacra sarà una casa di Dio e di tutto quello che mi darai io ti offrirò la decima».


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    • Capitolo XXIX
    • {1}29

      Poi Giacobbe si mise in cammino e andò nel paese degli Orientali. Guardò, ed ecco un pozzo nella steppa e vi erano là tre greggi di pecore accovacciate vicino ad esso, perché a quel pozzo solevano abbeverarsi le greggi; ma la pietra sulla bocca del pozzo era molto grande. Si solevano radunare là tutte le greggi e allora i pastori rotolavano via la pietra dalla bocca del pozzo e abbeveravano le pecore; poi riponevano la pietra al suo posto, sulla bocca del pozzo.

      Giacobbe disse loro: «Fratelli miei, di dove siete?». Risposero: «Siamo di Carran». Disse loro: «Conoscete Làbano, figlio di Nacor?». Risposero: «Lo conosciamo». Disse loro: «Sta bene?». Risposero: «Bene; ed ecco sua figlia Rachele che viene con le pecore». Riprese: «Eccoci ancora in pieno giorno; non è tempo di radunare il bestiame. Abbeverate le pecore e andate a pascolare!». Risposero: «Non possiamo, finché non siano radunati tutti i pastori; allora essi rotoleranno via la pietra dalla bocca del pozzo e noi faremo bere le pecore».

      Egli stava ancora a parlare con loro, quando arrivò Rachele con il gregge di suo padre, perché era una pastorella. Giacobbe subito vide Rachele figlia di Làbano, fratello di sua madre; quindi Giacobbe si avvicinò, rotolò via la pietra dalla bocca del pozzo e abbeverò le pecore di Làbano, fratello di sua madre. Poi Giacobbe baciò Rachele, alzò la voce e pianse. Giacobbe rivelò a Rachele che egli era fratello di suo padre e che era figlio di Rebecca. Allora essa corse a riferirlo a suo padre. Quando Làbano udì la notizia di Giacobbe, figlio di sua sorella, gli corse incontro, l'abbracciò, lo baciò e lo condusse in casa sua. Ed egli raccontò a Làbano tutte queste vicende.

      Allora Làbano gli disse: «Davvero tu sei mio osso e mia carne!». Ed egli dimorò presso di lui per la durata di un mese. Poi Làbano disse a Giacobbe: «Forse perché tu sei mio fratello, mi dovrai servire gratuitamente? Indicami quale deve essere il tuo salario».

      Or Làbano aveva due figlie. Il nome della maggiore era Lia e il nome della minore era Rachele. Ma Lia aveva gli occhi smorti, mentre Rachele era bella di forma e bella di aspetto, onde Giacobbe amava Rachele. Disse dunque: «Io ti servirò sette anni per Rachele, tua figlia minore». Rispose Làbano: «E' meglio che la dia a te, piuttosto che darla a un altro uomo. Rimani con me». Così Giacobbe servì sette anni per Rachele, e gli sembrarono pochi giorni, per il suo amore verso di lei.

      Poi Giacobbe disse a Làbano: «Dammi mia moglie, perché il mio tempo è scaduto, e lascia che io mi accosti a lei». Allora Làbano radunò tutti gli uomini del luogo e fece un convito. Ma quando fu sera egli prese sua figlia Lia e la condusse da lui ed egli si accostò a lei. Làbano diede inoltre la propria schiava Zilpa alla sua figliola Lia, quale schiava. E quando fu mattina... ecco che era Lia. Allora Giacobbe disse a Làbano: «Che cosa dunque hai fatto? Non è forse per Rachele che sono stato a tuo servizio? Perché m'hai tu ingannato?». Rispose Làbano: «Non si usa far così nel nostro paese, che si dia la minore prima della maggiore. Finisci la settimana nuziale di costei, poi ti darò anche quest'altra, per il servizio che tu presterai, ancora presso di me, per altri sette anni». Giacobbe fece così: terminò la settimana nuziale e allora Làbano gli diede in moglie la sua figlia Rachele. Inoltre Làbano diede a sua figlia Rachele la propria schiava Bila quale schiava di lei. Egli si accostò anche a Rachele e amò Rachele più di Lia; e fu ancora a servizio di lui per altri sette anni.

      Or il Signore vide che Lia era trascurata e aprì il suo grembo, mentre Rachele fu sterile. Così Lia concepì e partorì un figlio e chiamò il suo nome Ruben, perché disse: «Il Signore ha guardato la mia afflizione; ora il mio marito mi amerà». Poi concepì ancora un figlio e disse: «Il Signore ha udito che io ero trascurata e mi ha dato anche questo». E lo chiamò Simeone. Poi concepì ancora e partorì un figlio e disse: «Questa volta il mio marito mi si affezionerà, perché gli ho partorito tre figli». Per questo lo chiamò Levi. Concepì ancora e partorì un figlio e disse: «Questa volta celebrerò il Signore». Per questo lo chiamò Giuda. Poi cessò di partorire.


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    • Capitolo XXX
    • {1}30

      Rachele vide che non poteva partorire figlioli a Giacobbe. Allora Rachele diventò gelosa della sorella e disse a Giacobbe: «Dammi dei figli, se no muoio!». Giacobbe si irritò contro Rachele e disse: «Son forse io al posto di Dio, il quale ti ha negato il frutto del ventre?».

      Allora essa disse: «Ecco la mia serva Bila; accostati a lei, così ch'essa partorisca sulle mie ginocchia e anch'io abbia una figliolanza per mezzo di essa». Così gli diede come moglie la propria schiava Bila e Giacobbe si accostò a lei. Bila concepì e partorì a Giacobbe un figlio. E Rachele disse: «Dio ha giudicato in mio favore e ha pure ascoltato la mia voce, dandomi un figlio». Per questo lo chiamò Dan. Poi Bila, la schiava di Rachele, concepì ancora e partorì a Giacobbe un secondo figlio. E Rachele disse: «Ho combattuto contro mia sorella le lotte di Dio e ho pure vinto!». Onde lo chiamò Nèftali.

      Allora Lia, vedendo che aveva cessato di partorire, prese Zilpa, la propria schiava, e la diede in moglie a Giacobbe. Giacobbe si accostò a lei ed essa concepì. Zilpa, la schiava di Lia, partorì a Giacobbe un figlio. E Lia disse: «Per fortuna!». Onde lo chiamò Gad. Poi Zilpa, la schiava di Lia, partorì un secondo figlio a Giacobbe. Lia disse: «Per mia felicità! Perché le figlie mi han proclamata felice!». Onde lo chiamò Aser.

      Al tempo della mietitura del grano, Ruben uscì e trovò nella campagna delle mandragole che portò a Lia, sua madre. Allora Rachele disse a Lia: «Dammi, di grazia, un po' delle mandragole del figlio tuo». Ma Lia rispose: «E' forse poco che tu porti via mio marito, che vuoi portar via anche le mandragole di mio figlio?». Rispose Rachele: «Ebbene, si corichi pure, questa notte, con te, in compenso delle mandragole del figlio tuo».

      Alla sera Giacobbe arrivò dalla campagna e Lia gli uscì incontro e gli disse: «E' da me che devi venire, perché io ho pagato il diritto di averti con le mandragole di mio figlio». Così egli, quella notte, si coricò con essa. Allora il Signore esaudì Lia, la quale concepì e partorì a Giacobbe un quinto figlio. E Lia disse: «Dio mi ha dato la mia mercede, per aver dato la schiava mia a mio marito». Perciò lo chiamò Issacar. Poi Lia concepì ancora e partorì un sesto figlio a Giacobbe, e disse: «Dio mi ha dotato di una buona dote; questa volta mio marito abiterà con me, perché gli ho partorito sei figli». Perciò lo chiamò Zabulon. Partorì anche una figlia e la chiamò Dina.

      Poi Dio si ricordò anche di Rachele, la esaudì e la rese feconda. Essa concepì e partorì un figlio e disse: «Dio ha tolto il mio disonore». E lo chiamò Giuseppe, dicendo: «Il Signore mi aggiunga un altro figlio!».

      Dopo che Rachele ebbe partorito Giuseppe, Giacobbe disse a Làbano: «Lasciami partire, sicché me ne vada a casa mia, nel mio paese. Dammi le mie mogli, per le quali ti ho servito, e i miei bambini, in modo che io possa partire; perché tu stesso sai il servizio che ti ho prestato».

      Gli rispose Làbano: «Se ho trovato grazia agli occhi tuoi... Io ho prosperato e il Signore mi ha benedetto per causa tua». Poi aggiunse: «Fissami il tuo salario e te lo darò». Gli rispose: «Tu stesso sai come ti ho servito e come sono diventati i tuoi beni per opera mia. Perché il poco che avevi, prima della mia venuta, è cresciuto in quantità strabocchevole e il Signore ti ha benedetto alla mia venuta. Ma ora, quando lavorerò anch'io per la mia casa?». Rispose: «Che cosa ti devo dare?».

      Giacobbe rispose: «Non mi devi dare nulla; se tu farai per me quanto ti dico, ritornerò ancora a pascolare il tuo gregge. Io passerò quest'oggi in mezzo a tutto il tuo gregge; togli da esso ogni animale punteggiato e pezzato e ogni animale nero tra le pecore e ogni capo punteggiato e macchiato tra le capre: sarà il mio salario. E d'ora innanzi, la mia onestà risponderà dinanzi a te per me; quando tu verrai a verificare il mio salario, ogni capo che non sarà punteggiato o pezzato tra le capre e di colore nero tra le pecore, se si troverà presso di me, sarà come rubato». Làbano disse: «Bene, sia come tu hai detto!».

      In quel giorno tolse fuori i becchi striati e pezzati e tutte le capre punteggiate e pezzate, ogni capo in cui v'era del bianco e ogni capo nero tra le pecore. Li affidò ai suoi figli e interpose la distanza di tre giorni di cammino tra sé e Giacobbe, mentre Giacobbe pascolava il rimanente gregge bianco.

      Ma Giacobbe prese delle verghe fresche di pioppo, di mandorlo e di platano e vi fece delle scortecciature bianche, scoprendo il bianco delle verghe. Poi mise le verghe che aveva scortecciate nei trogoli e negli abbeveratoi dell'acqua, dove veniva a bere il gregge, proprio in vista delle bestie, le quali si accoppiavano quando venivano a bere. Così le bestie si accoppiarono davanti a quelle verghe e figliarono animali striati, punteggiati e pezzati. Quanto alle pecore, Giacobbe le separò e pose il gruppo delle bestie davanti agli animali striati e a tutti quelli di colore nero che vi erano nel gregge di Làbano. E i branchi che si era così costituito per conto suo, non li mise insieme al gregge di Làbano.

      Ogni qualvolta entravano in calore le bestie robuste, Giacobbe metteva le verghe nei trogoli in vista delle bestie, per farle concepire vicino alle verghe. Invece, per le bestie più deboli, non le metteva. Così i capi di bestiame deboli diventavano di Làbano e quelli robusti di Giacobbe.

      Così egli si arricchì in modo straordinario e possedette un gregge numeroso, schiave e schiavi, cammelli e asini.


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    • Capitolo XXXI
    • {1}31

      Sennonché egli sentì parlare i figli di Làbano in questi termini: «Giacobbe si è preso tutto quello che era di nostro padre e ha messo insieme tutta questa ricchezza con quanto era di nostro padre». Giacobbe osservò pure il volto di Làbano; si accorse che non era più come prima verso di lui. Inoltre il Signore disse a Giacobbe: «Torna alla terra dei tuoi padri e al tuo parentado e io sarò con te».

      Allora Giacobbe mandò a chiamare Rachele e Lia, perché venissero nella campagna, presso il suo gregge, e disse loro: «Io vedo che il volto di vostro padre non è più come prima verso di me; ma il Dio del padre mio è stato con me. Voi stesse sapete che io ho servito vostro padre con tutte le mie forze, mentre vostro padre mi ha ingannato e ha cambiato dieci volte il mio salario; ma Dio non gli ha permesso di farmi del male. Se egli diceva: "Le bestie punteggiate saranno il tuo salario", tutto il gregge figliava delle bestie punteggiate; ma se diceva: "Le bestie striate saranno il tuo salario", allora tutto il gregge figliava delle bestie striate. Così Dio ha sottratto il bestiame di vostro padre e lo ha dato a me. Una volta, al tempo in cui il gregge entrava in calore, io alzai gli occhi in sogno e vidi che i becchi in procinto di montare le bestie erano striati, punteggiati e chiazzati. E l'angelo di Dio mi disse in sogno: "Giacobbe!". Risposi: "Eccomi!". Riprese: "Alza gli occhi e guarda: tutti i becchi che montano le bestie sono striati, punteggiati e chiazzati, perché ho visto quello che ti fa Làbano. Io sono il Dio di Betel! Tu ungesti là una stele sacra e mi facesti un voto. Ora, lévati; parti da questo paese e ritorna al tuo paese natale!"».

      Rachele e Lia gli risposero e dissero: «Abbiamo forse ancora una parte o una eredità nella casa di nostro padre? Forse non siamo state tenute da lui in conto di straniere, dal momento che ci ha vendute e in più si è mangiato il nostro prezzo? Tutta la ricchezza che Dio ha sottratto a nostro padre è nostra e dei nostri figli. Ed ora fa' pure quanto Dio ti ha detto!».

      Allora Giacobbe si levò, caricò i suoi figli e le sue mogli sui cammelli e menò via tutto il suo bestiame e tutto il suo avere che si era acquistato in Paddan-Aram, per andare da Isacco, suo padre, nella terra di Canaan. Intanto Làbano era andato a tosare le sue greggi e Rachele rubò gl'idoli che appartenevano a suo padre. Giacobbe riuscì a eludere la perspicacia di Làbano, l'arameo, senza lasciargli capire che stava per fuggire, e così poté fuggire lui con tutto il suo avere. Si levò, dunque, passò il fiume, e si diresse verso la montagna di Gàlaad. Al terzo giorno fu riferito a Làbano che Giacobbe era fuggito; allora egli prese con sé i suoi fratelli, lo inseguì per sette giorni di cammino e lo raggiunse sulla montagna di Gàlaad.

      Ma Dio venne da Làbano, l'arameo, in sogno notturno e gli disse: «Bada di non litigare con Giacobbe, né in bene né in male!». Làbano andò dunque a raggiungere Giacobbe, che aveva piantato la sua tenda sulla montagna. Làbano aveva pure piantato la sua tenda sulla montagna di Gàlaad. Disse allora Làbano a Giacobbe: «Che cosa hai fatto? Hai rubato il mio cuore e hai condotto via le mie figlie come prigioniere di guerra! Perché sei fuggito di nascosto, ti sei sottratto da me né mi avvertisti, in modo che io ti avessi potuto accomiatare con festa e con canti, a suon di tamburelli e di cetre? E non mi hai permesso di baciare i miei figli e le mie figlie! Il tuo modo di fare è stato da folle! Sarebbe il mio parere di farvi del male, ma il Dio di tuo padre mi parlò la notte scorsa dicendo: "Bada di non litigare con Giacobbe né in bene né in male!". Certo, tu te ne sei andato perché avevi una grande nostalgia della casa di tuo padre, ma perché mi hai rubato i miei dèi?».

      Giacobbe rispose a Làbano: «Io avevo paura e pensavo che tu mi avresti tolto con la forza le tue figlie. Ma chiunque sia colui presso il quale avrai trovato i tuoi dèi, egli dovrà morire! Alla presenza dei nostri fratelli riscontra quanto vi può essere di tuo presso di me e prenditelo!». Giacobbe non sapeva infatti che li aveva rubati Rachele. Allora Làbano entrò nella tenda di Giacobbe, poi nella tenda di Lia e nella tenda delle due serve, ma non trovò nulla. Poi uscì dalla tenda di Lia ed entrò nella tenda di Rachele. Ora Rachele aveva preso gli dèi e li aveva messi nella sella del cammello, poi s'era seduta sopra di essi, così Làbano frugò in tutta la tenda ma non li trovò. Ella disse a suo padre: «Non si offenda il mio signore se io non posso alzarmi davanti a te, perché ho ciò che avviene regolarmente alle donne». Così Làbano cercò in tutta la tenda e non trovò gli dèi.

      Allora a Giacobbe scoppiò l'ira, litigò contro Làbano e prese a dirgli: «Qual è la legge che ho violato e qual è la mia offesa perché tu ti sia precipitato a inseguirmi? Tu hai frugato tutta la mia roba; che hai trovato di tutti gli arnesi di casa tua? Mettilo qui davanti ai fratelli miei e ai fratelli tuoi e facciano da arbitri tra noi due. Vent'anni sono stato con te! Le tue pecore e le tue capre non hanno abortito e gli abbacchi del tuo gregge non li ho mai mangiati. Giammai ti riportai una bestia sbranata; io stesso di tasca mia ne riparavo il danno; e tu reclamavi da me ciò che veniva rubato di giorno e ciò che veniva rubato di notte. Di giorno mi divorava il caldo e di notte il freddo, il sonno svaniva dai miei occhi. Vent'anni ho trascorso a casa tua! T'ho servito quattordici anni per le tue due figlie e sei anni per il tuo gregge e tu hai cambiato il mio salario dieci volte. Se non fosse stato con me il Dio di mio padre, il Dio di Abramo, il Terrore d'Isacco, tu ora mi avresti mandato via a mani vuote; ma Dio ha veduto la mia afflizione e la fatica delle mie mani e la scorsa notte egli ha sentenziato!». Làbano allora rispose e disse a Giacobbe: «Queste figlie sono mie figlie, questi figli sono miei figli, queste pecore sono pecore mie e tutto quello che vedi è mio. E che posso io fare oggi a queste mie figlie e ai loro figlioli che esse hanno partorito? Vieni, stringiamo un patto io e te; il Signore sia testimonio tra me e te».

      Giacobbe prese una pietra e la eresse come stele. Poi disse ai suoi fratelli: «Raccogliete pietre!». Quelli presero pietre e ne fecero un mucchio, poi mangiarono su quel mucchio. Làbano lo chiamò Iegar-Saaduta, mentre Giacobbe lo chiamò Gal-Ed.

      Làbano disse: «Questo mucchio sia oggi un testimonio tra me e te». Per questo fu chiamato Gal-Ed e anche Mizpa, perché disse: «Il Signore starà come vedetta tra me e te, quando noi non ci vedremo più l'un l'altro. Se tu maltratterai le mie figlie o se prenderai altre mogli oltre le mie figlie, non un uomo sarà con noi, ma Dio sarà testimonio tra me e te».

      Soggiunse Làbano a Giacobbe: «Ecco questo mucchio ed ecco questa stele sacra che io ho eretto tra me e te; questo mucchio è testimone e questa stele sacra è testimone che io giuro di non oltrepassare questo mucchio dalla tua parte e che tu giuri di non oltrepassare questo mucchio e questa stele dalla mia parte, per fare del male. Il Dio di Abramo e il Dio di Nacor giudichino tra noi». Giacobbe giurò per il Terrore di suo padre Isacco. Poi Giacobbe offrì un sacrificio sulla montagna e invitò i suoi fratelli a prender cibo. Essi mangiarono e passarono la notte sulla montagna.


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    • Capitolo XXXII
    • {1}32

      Alla mattina per tempo Làbano si levò, baciò i suoi figli e le sue figlie e li benedisse. Poi Làbano partì e ritornò a casa sua.

      Mentre Giacobbe continuava il suo cammino, gli si opposero gli angeli di Dio. Giacobbe, al vederli, esclamò: «Questo è l'accampamento di Dio!» e chiamò quel luogo Macanaim.

      Poi Giacobbe mandò dinanzi a sé alcuni messaggeri al fratello Esaù, verso il paese di Seir, la campagna di Edom.

      Diede loro questo comando: «Così direte al mio signore Esaù: "Ho soggiornato come forestiero presso Làbano e mi ci sono fermato finora; posseggo buoi, asini e greggi, e schiavi e schiave. Ho mandato a informare il mio signore, per trovar grazia ai suoi occhi"».

      I messaggeri tornarono da Giacobbe, e dissero: «Siamo stati da tuo fratello Esaù, e certamente egli marcia contro di te, avendo con sé quattrocento uomini».

      Giacobbe si spaventò assai e fu nell'angustia; poi divise in due accampamenti la gente che era con lui, le greggi, gli armenti e i cammelli. Pensò infatti: «Se Esaù viene contro una delle schiere e l'abbatte, il restante accampamento si salverà». Poi Giacobbe disse: «O Dio di mio padre Abramo, Dio di mio padre Isacco, Signore che mi hai detto: "Ritorna al tuo paese e alla tua parentela e io ti farò del bene", io sono indegno di tutta la benevolenza e di tutta la fedeltà che hai usato col servo tuo. Col mio solo bastone io ho passato questo fiume, ma ora sono divenuto due accampamenti. Salvami, ti prego, dalla mano del mio fratello Esaù, perché io ho paura di lui e temo che venga e mi dia addosso non risparmiando né madri né figlioli. Eppure tu hai detto: "Ti farò del bene e renderò la tua discendenza come la rena del mare, che non si può contare tanto è numerosa"».

      Giacobbe passò colà quella notte. Poi, di quello che gli capitava tra mano, prese di che fare un dono a suo fratello Esaù: duecento capre e venti becchi, duecento pecore e venti montoni, trenta cammelle allattanti coi loro piccoli, quaranta giovenche e dieci torelli, venti asine e dieci asinelli.

      Egli affidò ai suoi servi i singoli greggi separatamente e disse ai suoi servi: «Attraversate davanti a me e interponete un certo spazio fra gregge e gregge». E ordinò al primo: «Quando t'incontrerà Esaù mio fratello e ti domanderà: "Di chi sei tu e dove vai? A chi appartiene questo gregge che va dinanzi a te?", tu risponderai: "Al tuo servo Giacobbe; è un dono inviato al mio signore Esaù; ed ecco egli stesso viene dietro di noi"». Lo stesso ordine diede anche al secondo e al terzo e a tutti quelli che camminavano dietro le greggi, dicendo: «Queste parole voi rivolgerete a Esaù, quando lo troverete, e gli direte: "Anche il tuo servo Giacobbe sta venendo dietro di noi"». Pensava infatti: «Renderò lucente la sua faccia col dono che mi precede e in seguito vedrò il suo volto; forse mi accoglierà benevolmente».

      Così il dono partì prima di lui, mentre egli trascorse quella notte nell'accampamento.

      Durante quella notte egli si alzò, prese le sue due mogli, le sue due serve, i suoi undici figlioli e attraversò il guado dello Iabbok. Li prese e fece loro attraversare il torrente e fece passare anche tutto il suo avere. Giacobbe rimase solo, e un uomo lottò contro di lui fino allo spuntar dell'aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo percosse nel cavo del femore; e il cavo del femore di Giacobbe si lussò, mentr'egli si abbracciava con lui. Quegli disse: «Lasciami andare, ché spunta l'aurora». Rispose: «Non ti lascerò partire se non mi avrai benedetto».

      Gli domandò: «Qual è il tuo nome?». Rispose: «Giacobbe». Riprese: «Non più Giacobbe sarà il tuo nome, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto».

      Giacobbe allora gli chiese: «Dimmi il tuo nome, ti prego!». Gli rispose: «Perché chiedi il mio nome?». Ed ivi lo benedì.

      Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel, «perché -- disse -- ho visto Dio faccia a faccia eppure la mia vita è rimasta salva». Il sole spuntò quando egli ebbe passato Penuel e Giacobbe zoppicava dell'anca. Per questo i figli d'Israele, fino al giorno d'oggi, non mangiano il nervo sciatico, che si trova nel cavo del femore, perché quello aveva lussato il cavo del femore di Giacobbe sul nervo sciatico.


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    • Capitolo XXXIII
    • {1}33

      Poi Giacobbe alzò gli occhi, e vide arrivare Esaù che aveva con sé quattrocento uomini. Allora divise i figlioli fra Lia, Rachele e le due serve; e mise in testa le serve con i loro figlioli, poi Lia con i suoi figlioli e ultimi Rachele con Giuseppe.

      Intanto egli stesso passò dinanzi a loro, si prostrò sette volte fino a terra, mentre andava avvicinandosi a suo fratello. Ma Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli gettò le braccia al collo e lo baciò. E piansero. Poi alzò gli occhi e vide le donne e i fanciulli e disse: «Chi sono questi con te?». Rispose: «Sono i figlioli che Dio s'è compiaciuto di dare al servo tuo». Allora si fecero avanti le serve con i loro figlioli e si prostrarono; poi si fecero avanti anche Lia e i suoi figlioli e si prostrarono e infine si fecero avanti Rachele e Giuseppe e si prostrarono.

      Domandò ancora: «Che ti serve tutta quella schiera che ho incontrato?». Rispose: «Per trovar grazia agli occhi del mio signore!». Esaù riprese: «Ce n'ho abbastanza, fratello mio; tieni per te quello ch'è tuo». Ma Giacobbe insistette: «No, ti prego, se ho trovato grazia agli occhi tuoi, accetterai dalla mia mano il dono mio, perché è appunto per questo che io sono venuto alla tua presenza, come si viene alla presenza di Dio, e tu mi hai accolto bene. Accetta, ti prego, il mio dono che ti è stato presentato, perché Dio mi ha favorito e io ho di tutto». E insisté tanto che accettò.

      Poi quello disse: «Leviamo le tende e marciamo; io camminerò davanti a te». Gli rispose: «Il mio signore sa che i fanciulli sono di tenera età e che ho a mio carico le greggi e le vacche che allattano; se si strapazzano anche un giorno solo, tutte le bestie moriranno. Che il mio signore favorisca precedere il suo servo, mentre io me ne verrò pian piano, secondo il passo di questo bestiame che va davanti e secondo il passo dei fanciulli, finché arriverò presso il mio signore a Seir».

      Aggiunse allora Esaù: «Permetti almeno che io lasci con te un po' della gente che ho con me». Rispose: «Ma perché? Basta che io trovi grazia agli occhi del mio signore!».

      Così, in quel giorno stesso, Esaù rifece il suo cammino verso Seir. Giacobbe, invece, levò le tende alla volta di Succot, dove costruì una casa per sé e per il suo gregge fece delle capanne. E' per questo che il nome di quel luogo fu chiamato Succot.

      Poi Giacobbe arrivò sano e salvo alla città di Sichem, nel paese di Canaan, quando tornò da Paddan-Aram, e piantò le tende dirimpetto alla città. In seguito comprò dai figli di Camor, padre di Sichem, per cento pezzi d'argento, quella porzione di campagna dove aveva rizzato la sua tenda. Ivi eresse un altare e lo chiamò El, Dio d'Israele.


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    • Capitolo XXXIV
    • {1}34

      Dina, la figlia che Lia aveva partorito a Giacobbe, uscì per andare a vedere le ragazze del paese. Sichem, figlio di Camor l'eveo, principe di quella regione, la vide e la rapì, giacque con lei e la violentò. E subito l'anima sua si legò a Dina, figlia di Giacobbe; amò quella giovinetta e parlò al cuore di lei. Poi disse a Camor suo padre: «Prendimi in moglie questa ragazza!». Intanto Giacobbe aveva sentito che quello aveva disonorato Dina, sua figlia, ma i suoi figlioli erano nella steppa col bestiame, onde Giacobbe tacque fino al loro arrivo. Venne dunque Camor, padre di Sichem, da Giacobbe per parlar con lui. Frattanto i figli di Giacobbe erano tornati dalla steppa, e, sentito l'accaduto, ne furono addolorati e s'indignarono assai, perché colui aveva commesso un'infamia in Israele, giacendo con la figlia di Giacobbe: così non si doveva fare!

      Camor disse loro: «Sichem, mio figlio, è innamorato della vostra figliola: deh, vogliate dargliela in moglie! Anzi, imparentatevi con noi: voi ci darete le vostre figlie e vi prenderete le nostre figlie. Abiterete con noi e la regione sarà a vostra disposizione; risiedetevi, trafficatevi e acquistate in essa delle proprietà». Poi parlò Sichem al padre e ai fratelli di lei: «Possa io trovare grazia agli occhi vostri, e vi darò quel che mi direte. Aumentate pure assai a mio carico il prezzo nuziale e il valore del dono, e vi darò quanto mi direte; ma datemi la giovane in moglie!».

      Allora i figli di Giacobbe risposero a Sichem e a suo padre Camor, ma parlarono con astuzia perché egli aveva disonorato Dina, loro sorella. Dissero loro: «Non possiamo fare questa cosa, dare la nostra sorella a un uomo non circonciso, perché ciò sarebbe un disonore per noi. Solo a questa condizione acconsentiremo a voi, se cioè voi diventerete come noi, circoncidendo ogni maschio tra voi. Allora noi vi daremo le nostre figlie e ci prenderemo le vostre, abiteremo con voi e diventeremo un sol popolo. Ma se voi non ci ascoltate quanto al farvi circoncidere, allora prenderemo la nostra figliola e ce ne andremo».

      Le loro parole piacquero a Camor e a Sichem, suo figlio. Il giovane non indugiò a fare la cosa, perché amava la figlia di Giacobbe, e d'altra parte era il più influente di tutto il casato di suo padre. Vennero dunque Camor e suo figlio Sichem alla porta della loro città e dissero agli uomini della loro città: «Questi uomini sono gente pacifica con noi: abitino pure nella regione e vi traffichino; tanto, il paese si stende spazioso a loro disposizione; noi potremo prendere per mogli le loro figlie e potremo dare a loro le figlie nostre. Ma questa gente ci mette una sola condizione per abitare con noi e diventare un sol popolo: se cioè ogni nostro maschio tra noi si farà circoncidere come essi stessi sono circoncisi. I loro armenti, la loro ricchezza, e tutto il loro bestiame non saranno forse nostri? Accontentiamoli dunque perché possano abitare con noi!». Allora tutti quelli che uscivano dalla porta della città ascoltarono Camor e Sichem suo figlio, e tutti i maschi, tutti quelli che uscivano dalla porta della propria città, si fecero circoncidere. Or avvenne che al terzo giorno, quand'essi erano sofferenti, i due figli di Giacobbe, Simeone e Levi, fratelli di Dina, presero ciascuno la propria spada, assalirono la città, che si teneva sicura, e uccisero tutti i maschi. Passarono così a fil di spada Camor e suo figlio Sichem, portarono via Dina dalla casa di Sichem e uscirono. I figli di Giacobbe si buttarono sugli uccisi e saccheggiarono la città, perché quelli avevano disonorato la loro sorella. Presero così i loro greggi, i loro armenti, i loro asini e tutto quello che vi era nella città e nella campagna. Portarono via come bottino tutte le loro proprietà, tutti i loro piccoli e le loro donne e saccheggiarono tutto quanto v'era nelle case. Allora Giacobbe disse a Simeone e a Levi: «Voi mi avete messo in affanno, rendendomi odioso agli abitanti della regione, ai Cananei e ai Perizziti, mentre io ho pochi uomini; essi si raduneranno contro di me, mi vinceranno e sarò annientato io e la mia famiglia». Risposero: «Si doveva trattare la nostra sorella come una meretrice?».


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    • Capitolo XXXV
    • {1}35

      Dio disse a Giacobbe: «Lèvati, sali a Betel e ivi risiedi: fa' colà un altare al Dio che ti è apparso quando fuggivi dalla presenza di Esaù, tuo fratello». Allora Giacobbe disse alla sua famiglia e a tutti quelli ch'erano con lui: «Togliete di mezzo gli dèi stranieri che stanno fra voi, purificatevi e cambiate le vostre vesti. Poi leviamoci e saliamo a Betel, dove io voglio fare un altare al Dio che mi ha esaudito al tempo della mia angoscia ed è stato con me nel viaggio che ho fatto». Essi consegnarono a Giacobbe tutti gli dèi stranieri che possedevano e i pendenti che avevano agli orecchi e Giacobbe li sotterrò sotto la quercia che è presso Sichem.

      Poi levarono l'accampamento e un terrore molto forte assalì le città che stavano attorno a loro, così che non inseguirono i figli di Giacobbe. Così Giacobbe giunse a Luz, cioè a Betel, che è nella terra di Canaan, con tutto il popolo che era con lui. Ivi egli costruì un altare e chiamò quel luogo El-Betel, perché là Dio si era rivelato a lui quando fuggiva dalla presenza di suo fratello. Allora morì Debora, la nutrice di Rebecca, e fu sepolta al di sotto di Betel, ai piedi della quercia, che perciò fu chiamata «Quercia del pianto».

      Un'altra volta Dio apparve a Giacobbe quando veniva da Paddan-Aram, e lo benedisse. Dio gli disse: «Il tuo nome è Giacobbe; non sarai più chiamato Giacobbe, bensì Israele sarà il nome tuo».

      Così lo si chiamò Israele. E Dio gli disse: «Io sono Dio onnipotente: sii fecondo e moltiplicati: una nazione, anzi un'accolta di nazioni procederà da te, e dei re usciranno dai tuoi fianchi. E darò a te la terra che ho dato ad Abramo e a Isacco; e alla tua discendenza dopo di te io darò quella terra». Poi Dio risalì allontanandosi da lui, nel luogo dove gli aveva parlato. Allora Giacobbe eresse una stele sacra, nel luogo dove gli aveva parlato, una stele di pietra, sulla quale fece una libagione, versando olio sopra di essa. Giacobbe chiamò quel luogo, dove Dio gli aveva parlato, Betel.

      Poi levarono l'accampamento da Betel. Quando mancava ancora un tratto di cammino per arrivare ad Efrata, Rachele partorì, ed ebbe un parto difficile. Mentre soffriva per la difficoltà del parto, la levatrice le disse: «Non temere: anche questa volta hai un figlio!». Or mentre le sfuggiva l'anima, perché stava morendo, ella lo chiamò Ben-Oni, ma suo padre lo chiamò Beniamino. Così morì Rachele e fu sepolta lungo la strada verso Efrata, cioè Betlemme. Giacobbe eresse sulla sua sepoltura una stele. E' la stele della tomba di Rachele che esiste ancora oggi.

      Poi Israele levò l'accampamento e rizzò la sua tenda al di là di Migdal-Eder. E avvenne che, mentre Israele abitava in quella regione, Ruben andò a giacere con Bila, concubina di suo padre, e Israele lo venne a sapere.

      I figli di Giacobbe furono dodici. I figli di Lia: Ruben il primogenito, poi Simeone, Levi, Giuda, Issacar e Zabulon. I figli di Rachele: Giuseppe e Beniamino. I figli di Bila, schiava di Rachele: Dan e Neftali. I figli di Zilpa, schiava di Lia: Gad e Aser. Questi sono i figli di Giacobbe che gli nacquero in Paddan-Aram.

      Poi Giacobbe venne da Isacco, suo padre, a Mamre, a Kiriat-Arba, cioè Ebron, dove Abramo e Isacco avevano soggiornato. Isacco raggiunse l'età di centottant'anni. Poi Isacco spirò, morì e fu riunito al popolo suo, vecchio e sazio di giorni. Lo seppellirono i suoi figli Esaù e Giacobbe.


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    • Capitolo XXXVI
    • {1}36

      Questa è la posterità di Esaù, che è Edom. Esaù prese le sue mogli tra le figlie dei Cananei: Ada, figlia di Elon, l'hittita; Oolibama, figlia di Ana, figlio di Zibeon, l'hurrita; e Basemat, figlia di Ismaele, sorella di Nebaiot. Ada partorì ad Esaù Elifaz, Basemat partorì Reuel, e Oolibama partorì Ieus, Iaalam e Core. Questi sono i figli di Esaù, che gli nacquero nella terra di Canaan.

      Poi Esaù prese le sue mogli e i suoi figli e le sue figlie e tutte le persone della sua casa, i suoi greggi e tutto il suo bestiame e tutti i suoi beni che aveva acquistato nella terra di Canaan, e se ne andò in un paese lontano da suo fratello Giacobbe. Infatti i loro possedimenti erano troppo grandi perché essi potessero abitare insieme, ed il territorio, dov'essi soggiornavano, non era loro sufficiente a motivo del loro bestiame. Così Esaù abitò sulla montagna di Seir. Or Esaù è Edom.

      Questa è la posterità di Esaù, padre degli Edomiti, nella montagna di Seir. Questi sono i nomi dei figli di Esaù: Elifaz, figlio di Ada, moglie di Esaù; Reuel, figlio di Basemat, moglie di Esaù. I figli di Elifaz furono: Teman, Omar, Zefo, Gatam, Kenaz. Elifaz, figlio di Esaù, aveva per concubina Timna, la quale ad Elifaz partorì Amalek. Questi sono i figli di Ada, moglie di Esaù. Questi sono i figli di Reuel: Naat e Zerach, Samma e Mizza. Questi furono i figli di Basemat, moglie di Esaù. Questi furono i figli di Oolibama, moglie di Esaù, figlia di Ana, figlio di Zibeon; essa partorì a Esaù Ieus, Iaalam e Core.

      Questi sono i capi dei figli di Esaù. I figli di Elifaz primogenito di Esaù: il capo di Teman, il capo di Omar, il capo di Zefo, il capo di Kenaz, il capo di Core, il capo di Gatam, il capo di Amalek. Questi sono i capi di Elifaz nel paese di Edom: questi sono i figli di Ada.

      Questi i figli di Reuel, figlio di Esaù: il capo di Naat, il capo di Zerach, il capo di Samma, il capo di Mizza. Questi sono i capi di Reuel nel paese di Edom; questi sono i figli di Basemat, moglie di Esaù.

      Questi sono i figli di Oolibama, moglie di Esaù: il capo di Ieus, il capo di Iaalam, il capo di Core. Questi sono i capi di Oolibama, figlia di Ana, la moglie di Esaù.

      Questi sono i figli e questi sono i loro capi. Egli è Edom.

      Questi sono i figli di Seir, l'hurrita, che abitano il paese: Lotan, Sobal, Zibeon, Ana, Dison, Eser e Disan. Questi sono i capi degli Hurriti, figli di Seir, nel paese di Edom. I figli di Lotan furono Ori e Emam e la sorella di Lotan era Timna. I figli di Sobal sono Alvan, Manacat, Ebal, Sefo e Onam. I figli di Zibeon sono Aia e Ana; questo è l'Ana che trovò le sorgenti calde nel deserto, mentre pascolava gli asini del padre Zibeon. I figli di Ana sono Dison e Oolibama, figlia di Ana. I figli di Dison sono Emdam, Esban, Itran e Cheran. I figli di Eser sono Bilan, Zaavan e Akan. I figli di Disan sono Uz e Aran.

      Questi sono i capi degli Hurriti: il capo di Lotan, il capo di Sobal, il capo di Zibeon, il capo di Ana, il capo di Dison, il capo di Eser, il capo di Disan. Questi sono i capi degli Hurriti, secondo le loro tribù nel paese di Seir.

      Questi sono i re che regnarono nel paese di Edom, prima che regnasse un re degli Israeliti. Regnò dunque in Edom Bela, figlio di Beor, e la sua città si chiama Dinaba. Bela morì e regnò al suo posto Iobab, figlio di Zerach, da Bozra. Iobab morì e regnò al suo posto Usam, del territorio dei Temaniti. Usam morì e regnò al suo posto Adad, figlio di Bedad, colui che vinse i Madianiti nelle steppe di Moab; la sua città si chiama Avit. Adad morì e regnò al suo posto Samla da Masreka. Samla morì e regnò al suo posto Saul da Recobot-Naar. Saul morì e regnò al suo posto Baal-Canan, figlio di Acbor. Baal-Canan, figlio di Acbor, morì e regnò al suo posto Adar: la sua città si chiama Pau e la moglie si chiamava Meetabel, figlia di Matred, da Me-Zaab.

      Questi sono i nomi dei capi di Esaù, secondo le loro famiglie, le loro località, con i loro nomi: il capo di Timna, il capo di Alva, il capo di Ietet, il capo di Oolibama, il capo di Ela, il capo di Pinon, il capo di Kenaz, il capo di Teman, il capo di Mibsar, il capo di Magdiel, il capo di Iram. Questi sono i capi di Edom secondo le loro sedi, nel territorio del loro possesso. E' appunto questo Esaù il padre degli Edomiti.


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    • Capitolo XXXVII
    • {1}37

      Giacobbe si stabilì nella terra dove suo padre aveva soggiornato.

      Questa è la storia della discendenza di Giacobbe. Giuseppe, all'età di diciassette anni, pascolava il gregge con i suoi fratelli. Siccome era giovinetto, stava con i figli di Bila e i figli di Zilpa, mogli di suo padre. Giuseppe riportò al loro padre la mala fama che circolava sul loro conto. Israele amava Giuseppe più che tutti i suoi figli, perché era il figlio della sua vecchiaia, e gli fece una tunica con le maniche lunghe. Ma i suoi fratelli videro che il loro padre amava lui più che tutti i suoi figli, e presero a odiarlo e non potevano parlargli amichevolmente. Or Giuseppe fece un sogno e lo raccontò ai fratelli, ond'essi lo odiarono ancor di più. Disse dunque a loro: «Ascoltate questo sogno che ho fatto. Ecco, noi stavamo legando dei covoni in mezzo alla campagna, quand'ecco il mio covone si rizzò e restò diritto, e i vostri covoni stettero tutt'attorno e si prostrarono davanti al mio covone». Gli dissero i suoi fratelli: «Dovrai tu per caso regnare su di noi o dominare?». E continuarono a odiarlo più che mai, a causa dei suoi sogni e delle sue parole.

      Poi fece un altro sogno ancora, lo raccontò ai suoi fratelli, e disse: «Ecco, ho fatto ancora un sogno, sentite: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me». Lo narrò a suo padre e ai suoi fratelli, e suo padre lo rimproverò e gli disse: «Che sogno è questo che hai sognato! Dovremo, forse, io e tua madre e i tuoi fratelli venir a prostrarci fino a terra davanti a te?». I suoi fratelli furono dunque invidiosi di lui, ma suo padre conservò in mente la cosa.

      Una volta i suoi fratelli andarono a pascolare il gregge di loro padre a Sichem. Israele disse a Giuseppe: «I tuoi fratelli non stanno forse alla pastura a Sichem? Vieni, ti devo mandare da loro!». Gli rispose: «Eccomi!». Gli disse: «Va', per favore, a vedere se i tuoi fratelli stanno bene e se va bene il gregge, e poi torna a riferirmi la cosa». Così lo fece partire dalla valle di Ebron, ed egli arrivò a Sichem.

      Mentr'egli andava errando per la campagna, lo trovò un uomo che gli domandò: «Che cosa cerchi?». Rispose: «Cerco i miei fratelli. Indicami, per favore, dove siano a pascolare». Quell'uomo disse: «Hanno tolto le tende di qui, perché ho sentito dire: "Andiamo a Dotan!"». Allora Giuseppe andò sulle tracce dei suoi fratelli e li trovò a Dotan.

      Essi lo videro da lontano e, prima che fosse arrivato vicino a loro, macchinarono contro di lui per farlo morire. Si dissero l'un l'altro: «Ecco che arriva l'interprete dei sogni! E adesso, su, uccidiamolo e gettiamolo in qualche cisterna! Poi diremo: "Una bestia feroce l'ha divorato!". Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!». Ma Ruben ascoltò e lo volle liberare dalle loro mani; perciò disse: «Non togliamogli la vita!». Poi aggiunse: «Non versate del sangue, gettatelo in questa cisterna che è nel deserto, ma non colpitelo di vostra mano», per liberarlo dalle loro mani e ricondurlo a suo padre. Quando Giuseppe fu arrivato presso i suoi fratelli, essi lo spogliarono della sua tunica, quella tunica dalle maniche lunghe ch'egli aveva indosso; poi lo afferrarono e lo gettarono nella cisterna: era una cisterna vuota, senz'acqua dentro. Poi si sedettero per mangiar pane; quand'ecco, alzando gli occhi, videro una carovana di Ismaeliti proveniente da Galaad, e i loro cammelli erano carichi di gomma, di balsamo e di resina, che andavano a scaricare in Egitto. Allora Giuda disse ai suoi fratelli: «Che vantaggio c'è che noi uccidiamo nostro fratello e ne nascondiamo il sangue? Su, vendiamolo agli Ismaeliti, e non sia la nostra mano a colpirlo, perché è nostro fratello e carne nostra». I suoi fratelli lo ascoltarono.

      Frattanto vennero a passare alcuni mercanti Madianiti. Allora essi tirarono su ed estrassero Giuseppe dalla cisterna e per venti sicli d'argento lo vendettero agl'Ismaeliti. Così fecero pervenire Giuseppe in Egitto. Quando Ruben ritornò alla cisterna, non trovò più Giuseppe nella cisterna! Allora egli si stracciò le vesti, ritornò dai suoi fratelli e disse: «Il ragazzo non c'è più, e io, dove andrò io?». Presero allora la tunica di Giuseppe, scannarono un capro e intinsero la tunica nel sangue. Poi mandarono la tunica dalle maniche lunghe facendola pervenire al loro padre con queste parole: «L'abbiamo trovata; vedi tu se sia la tunica di tuo figlio o no». Egli la riconobbe e disse: «La tunica di mio figlio! Una mala bestia l'ha divorato... Giuseppe è stato sbranato!». Giacobbe si stracciò le vesti, si pose un cilicio attorno alle reni e fece lutto sul suo figliolo per molti giorni. Allora tutti i suoi figli e le sue figlie vennero a consolarlo, ma egli ricusò d'essere consolato e disse: «No, io voglio scendere in lutto dal figlio mio nella tomba». E il padre suo lo pianse.

      Intanto i Madianiti lo vendettero in Egitto a Potifar, eunuco del faraone, capo dei cuochi.


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    • Capitolo XXXVIII
    • {1}38

      In quel tempo, Giuda si separò dai suoi fratelli e rizzò la sua tenda presso un uomo di Adullam, di nome Chira. Qui Giuda vide la figlia di un uomo Cananeo, il quale si chiamava Sua; se la prese in moglie e si unì a lei. Essa concepì e partorì un figlio, che egli chiamò Er. Poi concepì ancora e partorì un figlio, che chiamò Onan. Ancora un'altra volta partorì un figlio, che chiamò Sela. Essa si trovava in Chezib, quando lo partorì.

      Giuda prese una moglie per il suo primogenito Er, la quale si chiamava Tamar. Ma Er, il primogenito di Giuda, era perverso agli occhi del Signore, e il Signore lo fece morire. Allora Giuda disse a Onan: «Accostati alla moglie di tuo fratello, fa' il dovere di cognato nei suoi riguardi e fa' sussistere così una posterità per tuo fratello». Ma Onan, sapendo che la prole non sarebbe stata sua, ogni volta che si univa alla moglie di suo fratello, disperdeva per terra, per non dare una posterità a suo fratello. Ciò ch'egli faceva dispiacque agli occhi del Signore, che fece morire anche lui. Allora Giuda disse alla nuora Tamar: «Ritorna a casa di tuo padre come vedova, fin quando mio figlio Sela diverrà grande». Perché temeva che anche questi morisse come gli altri fratelli! Così Tamar se ne andò e ritornò alla casa di suo padre.

      Passarono molti giorni e morì la figlia di Sua, la moglie di Giuda. Quando Giuda ebbe finito il lutto, salì da quelli che tosavano il suo gregge a Timna, e con lui vi era Chira, il suo amico di Adullam. Ne fu informata Tamar con questi termini: «Ecco che il tuo suocero sale a Timna per la tosatura del suo gregge». Allora Tamar svestì i suoi abiti vedovili, si coprì con un velo, si profumò, poi si pose seduta alla porta di Enaim, che è sulla strada verso Timna. Aveva visto infatti che Sela era ormai diventato adulto, ma lei non gli era stata data in moglie. Giuda la vide e la credette una meretrice, perché essa si era coperta la faccia. Egli deviò il cammino verso di lei e disse: «Suvvia, permetti che io mi accosti a te!». Non sapeva infatti che quella fosse la sua nuora. Essa disse: «Che cosa mi darai per accostarti a me?». Rispose: «Io ti manderò un capretto del gregge». Essa riprese: «Se tu mi dai un pegno fin quando me lo manderai...». Egli disse: «Qual è il pegno che ti devo dare?». Rispose: «Il tuo sigillo, il tuo cordone e il bastone che hai in mano». Giuda glieli diede, le si accostò, ed essa concepì da lui. Poi essa si levò e se ne andò; si tolse di dosso il velo e si rivestì dei suoi abiti vedovili. Giuda poi mandò il capretto per mezzo del suo amico di Adullam, per riprendere il pegno dalle mani di quella donna, ma quello non la trovò. Domandò agli uomini di quel luogo: «Dov'è quella prostituta che stava in Enaim sulla strada?». Essi risposero: «Non c'è stata qui nessuna prostituta». Così tornò da Giuda e disse: «Non l'ho trovata, e anche gli uomini del luogo dicevano: "Non c'è stata qui nessuna prostituta"». Allora Giuda disse: «Si tenga per sé il pegno e noi non si sia nel disprezzo. Vedi bene che le ho mandato questo capretto, ma tu non l'hai trovata». Or avvenne, circa tre mesi dopo, che fu portata a Giuda una notizia in questi termini: «Si è prostituita tua nuora Tamar, ed anzi è incinta in conseguenza della sua prostituzione». Giuda rispose: «Conducetela fuori e sia bruciata!».

      Mentre la si faceva uscire, essa mandò a dire al suocero: «L'uomo, a cui appartengono questi oggetti, mi ha reso incinta». E aggiunse: «Riscontra, di grazia, di chi siano questo sigillo, questi cordoni e questo bastone». Allora Giuda li riconobbe e disse: «Essa è più giusta di me. Infatti è perché io non l'ho data al mio figlio Sela». E non ebbe più rapporti con lei.

      Quando essa fu giunta al momento di partorire, ecco che aveva nel ventre due gemelli. Durante il parto uno di loro mise fuori una mano e la levatrice prese un filo scarlatto e lo legò attorno a quella mano, dicendo: «E' questo che è uscito per primo». Ma quando questo ritirò la sua mano, ecco che uscì suo fratello. Allora essa disse: «Come ti sei aperta una breccia?» e lo si chiamò Perez. Poi uscì suo fratello, che aveva il filo scarlatto attorno alla mano e lo si chiamò Zerach.


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    • Capitolo XXXIX
    • {1}39

      Giuseppe fu condotto in Egitto, e Potifar, eunuco del faraone e capo-cuoco, un egiziano, lo comperò da quegli Ismaeliti che l'avevano fatto scendere laggiù. Il Signore fu con Giuseppe, così che questi divenne un uomo a cui tutto riusciva, e rimase nella casa dell'egiziano, suo padrone. Il suo padrone si accorse che il Signore era con lui e che tutto quello ch'egli faceva, il Signore lo faceva prosperare nelle sue mani. Onde Giuseppe trovò grazia agli occhi di lui e divenne suo servitore personale; anzi egli lo nominò soprintendente della sua casa e gli diede in mano tutto il suo avere. E da quando l'ebbe fatto soprintendente della sua casa e di tutto il suo avere, il Signore benedisse la casa dell'egiziano per causa di Giuseppe e la benedizione del Signore fu su tutto quello che aveva, in casa e nella campagna. Così egli lasciò tutto il suo avere nelle mani di Giuseppe e non gli chiedeva conto di nulla, se non del cibo che mangiava. Or Giuseppe era bello di forma e bello di aspetto.

      Dopo queste cose, avvenne che la moglie del suo padrone mise gli occhi su Giuseppe e gli disse: «Giaci con me!». Ma egli si rifiutò e disse alla moglie del suo padrone: «Vedi, il mio signore non mi chiede conto di quanto vi sia nella sua casa e tutto il suo avere me lo ha dato in mano. Egli stesso non è più grande di me in questa casa; e non mi ha proibito nulla, se non te, per il fatto che tu sei sua moglie. E come potrei fare questo grande male e peccare contro Dio?». E benché ogni giorno essa ne parlasse a Giuseppe, egli non acconsentì a giacere accanto a lei, a darsi a lei.

      Or un certo giorno egli entrò in casa per fare il suo lavoro, mentre non vi era in casa nessuno dei domestici. Essa lo afferrò per la veste, dicendo: «Giaci con me!». Ma egli le abbandonò tra le mani la sua veste, fuggì ed uscì fuori. Allora essa, vedendo che egli le aveva lasciato tra le mani la sua veste ed era fuggito fuori, chiamò i suoi domestici e disse loro: «Guardate, ci ha condotto in casa un ebreo, per scherzare con noi! E' venuto da me per giacere con me, ma io ho chiamato a gran voce. Allora lui, appena ha sentito che alzavo la voce e chiamavo, ha abbandonato la sua veste presso di me ed è fuggito fuori».

      Poi essa tenne accanto a sé la veste di lui, finché il suo signore non fu tornato a casa. Allora gli disse le stesse cose in questi termini: «E' venuto da me quel servo ebreo, che tu ci hai condotto in casa, per scherzare con me; ma come io ho alzato la voce e ho gridato, ha abbandonato la sua veste presso di me ed è fuggito fuori». Quando il padrone udì le parole di sua moglie che gli parlava in questi termini: «E' proprio così che mi ha fatto il tuo servo!», si accese d'ira. E il padrone di Giuseppe lo prese e lo mise in prigione nel luogo dove il re detiene i carcerati. Così egli rimase là in prigione.

      Ma il Signore fu con Giuseppe, e diffuse su lui la misericordia, facendogli trovare grazia agli occhi del direttore del carcere.

      Così il direttore del carcere affidò a Giuseppe tutti i detenuti che erano nella prigione, e tutto quello che si faceva là dentro, lo faceva lui. Il direttore del carcere non badava più a nulla di quanto era affidato a lui, perché il Signore era con lui e quello ch'egli faceva, il Signore glielo faceva prosperare.


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    • Capitolo XL
    • {1}40

      Dopo queste cose, il coppiere del re d'Egitto e il panettiere offesero il loro padrone, il re di Egitto. Il faraone si adirò contro i suoi due eunuchi, contro il capo-coppiere e contro il capo-panettiere, e li fece mettere in residenza forzata nella casa del capo-cuoco, nella stessa prigione dove Giuseppe era detenuto. E il capo-cuoco incaricò di loro Giuseppe, perché li servisse. Così essi restarono nella residenza forzata per un certo tempo.

      Ora in una medesima notte il coppiere e il panettiere del re di Egitto, ch'erano detenuti nella prigione, ebbero ambedue un sogno, ciascuno il suo sogno, e ciascun sogno aveva il suo significato particolare. Alla mattina, Giuseppe venne da loro e li trovò conturbati. Allora interrogò gli eunuchi del faraone che erano con lui nella residenza forzata della casa del suo padrone, e disse: «Come mai quest'oggi avete un volto così brutto?». Gli risposero: «Abbiamo fatto un sogno e non c'è chi lo interpreti». Giuseppe disse loro: «Non è forse Dio che ha in suo potere le interpretazioni? Raccontatemi, vi prego».

      Allora il capo-coppiere raccontò il suo sogno a Giuseppe e disse: «Nel mio sogno, ecco che mi stava davanti una vite, e in quella vite vi erano tre tralci, e non appena essa incominciò a germogliare, subito apparvero i fiori, e i suoi grappoli portarono a maturazione gli acini. Io avevo in mano la coppa del faraone; presi gli acini, li spremetti nel calice del faraone e diedi il calice in mano al faraone». Giuseppe gli disse: «Questa è la sua interpretazione: i tre tralci sono tre giorni. Dopo tre giorni il faraone solleverà la tua testa e ti restituirà nella tua carica, e tu porgerai la coppa in mano del faraone, secondo la consuetudine di prima, quando eri il suo coppiere. Ma tu ti vorrai ricordare di me quando sarai felice? Fammi, ti prego, questo atto di benevolenza, ricordami al faraone e fammi uscire da questa casa. Perché io sono stato portato via furtivamente dal paese degli Ebrei, e anche qui non ho fatto nulla perché mi mettessero in questa fossa».

      Allora il capo-panettiere, vedendo che aveva interpretato in senso favorevole, disse a Giuseppe: «Quanto a me, nel mio sogno, ecco che mi stavano sulla testa tre canestri di pan bianco, e nel canestro che stava di sopra vi era per il faraone ogni sorta di cibi, quali si preparano dai panettieri. Ma gli uccelli li mangiavano dal canestro che avevo sulla testa». Giuseppe rispose e disse: «Questa è la sua interpretazione: i tre canestri sono tre giorni. Dopo tre giorni il faraone spiccherà la tua testa dalle tue spalle, poi ti impiccherà ad un palo, e gli uccelli ti mangeranno le carni addosso».

      Effettivamente il terzo giorno, giorno natalizio del faraone, egli fece un convito a tutti i suoi ministri, ed allora sollevò la testa del capo-coppiere e la testa del capo-panettiere in mezzo ai suoi ministri. Ristabilì il capo-coppiere nel suo ufficio di coppiere, perché desse il calice in mano al faraone, e invece impiccò il capo-panettiere, conforme all'interpretazione che Giuseppe aveva loro dato.

      Ma il capo-coppiere non si ricordò di Giuseppe e lo dimenticò.


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    • Capitolo XLI
    • {1}41

      Al termine di due anni, anche il faraone sognò di trovarsi presso il Nilo. Ed ecco salire dal Nilo sette vacche, belle di aspetto e grasse di carne, e mettersi a pascolare nella macchia di papiro. Dopo quelle, ecco altre sette vacche salire dal Nilo, brutte di aspetto e magre di carne, e fermarsi accanto alle prime vacche, sulla riva del Nilo. Ma le vacche brutte di aspetto e magre di carne divorarono le sette vacche belle di aspetto e grasse. E il faraone si svegliò.

      Poi si riaddormentò e sognò una seconda volta: ecco sette spighe venir su da un unico stelo, grosse e belle. Ma ecco sette spighe, sottili ed arse dal vento orientale, germogliare dopo di quelle. E le spighe sottili inghiottirono le sette spighe grosse e piene. Poi il faraone si svegliò: era un sogno!

      Alla mattina il suo spirito era conturbato, perciò mandò a chiamare tutti gli indovini e tutti i sapienti dell'Egitto. Il faraone raccontò loro il suo sogno, ma non vi fu nessuno che lo interpretasse al faraone.

      Allora il capo-coppiere parlò col faraone in questi termini: «Io devo ricordare oggi le mie colpe. Il faraone si era adirato contro i suoi ministri e mi aveva messo in residenza forzata nella casa del capo-cuoco, me e il capo-panettiere. Poi noi facemmo un sogno nella stessa notte, io e lui; ma sognammo ciascuno un sogno con un significato particolare. Ora vi era là con noi un giovane ebreo, schiavo del capo-cuoco; noi gli raccontammo i nostri sogni e lui ce li interpretò, dando a ciascuno l'interpretazione del suo sogno. E proprio come ci aveva interpretato, così avvenne; me il faraone ha restituito nella mia carica e lui ha impiccato».

      Allora il faraone mandò a chiamare Giuseppe; fu tratto subito fuori dalla fossa ed egli si rase, si cambiò gli abiti e venne dal faraone. Il faraone disse a Giuseppe: «Ho fatto un sogno, e non c'è alcuno che lo interpreti; ora io ho sentito dire di te che ti basta ascoltare un sogno, per subito interpretarlo».

      Giuseppe rispose al faraone in questi termini: «Io non c'entro: è Dio che darà la risposta per la salute del faraone!». Allora il faraone disse a Giuseppe: «Nel mio sogno io stavo sulla riva del Nilo. Ed ecco salire dal Nilo sette vacche, grasse di carne e belle di forma, e pascolare nella macchia di papiro. Ed ecco sette altre vacche salire dopo quelle, deboli, bruttissime di forma e magre di carne: non ne vidi mai di così brutte in tutta la terra d'Egitto. Poi le vacche magre e brutte divorarono le prime sette vacche, quelle grasse. Ed entrarono bensì queste nell'interno di quelle, ma non si capiva che vi fossero entrate, perché il loro aspetto era brutto come prima. E mi svegliai.

      Poi vidi nel mio sogno sette spighe venire su da un solo stelo, piene e belle. Ma ecco sette spighe secche, sottili ed arse dal vento orientale, che germogliavano dopo di quelle. E le spighe sottili inghiottirono le sette spighe belle. Ora io l'ho detto agli indovini, ma non c'è nessuno che mi dia un'indicazione».

      Allora Giuseppe disse al faraone: «Il sogno del faraone è uno solo: quello che Dio sta per fare, egli lo ha indicato al faraone. Le sette vacche belle sono sette anni; e le sette spighe belle sono sette anni: è un solo sogno. E le sette vacche magre e brutte, che salgono dopo di quelle, sono sette anni; e le sette spighe sottili, arse dal vento orientale, sono sette anni: vi saranno sette anni di carestia. E' appunto la cosa che ho detto al faraone: quello che Dio sta per fare, l'ha fatto vedere al faraone. Ecco che stanno per venire sette anni, in cui vi sarà grande abbondanza in tutta la terra d'Egitto. Poi a questi succederanno sette anni di carestia, e si dimenticherà tutta quell'abbondanza nella terra d'Egitto, e la carestia consumerà il paese. E non si conoscerà più che vi sia stata l'abbondanza nel paese a causa della carestia venuta in seguito, perché sarà dura assai. E quanto al fatto che il sogno del faraone si è ripetuto due volte, gli è che la cosa è decisa da Dio e che Dio si affretta ad eseguirla».

      «Ora il faraone si provveda di un uomo intelligente e sapiente e lo stabilisca sulla terra d'Egitto. Il faraone inoltre costituisca funzionari sul paese per prelevare il quinto sui prodotti della terra d'Egitto, durante i sette anni di abbondanza. Essi radunino tutti i viveri di queste annate buone che stanno per venire, ammassino il grano sotto l'autorità del faraone e tengano in custodia i viveri nelle città. Questi viveri serviranno al paese di riserva per i sette anni di carestia che verranno nella terra d'Egitto, e così il paese non sarà distrutto dalla carestia».

      La cosa piacque al faraone e a tutti i suoi ministri. E il faraone disse ai suoi ministri: «Potremo trovare un uomo come questo, in cui sia lo spirito di Dio?». Poi il faraone disse a Giuseppe: «Dal momento che Dio ti ha fatto conoscere tutto ciò, non c'è nessuno che sia intelligente e sapiente come te. Tu stesso sarai l'amministratore della mia casa, e ai tuoi ordini l'intero mio popolo obbedirà; per il trono soltanto, io sarò più grande di te».

      Il faraone disse a Giuseppe: «Guarda, io ti stabilisco sopra tutto il paese d'Egitto». Il faraone si tolse di mano il proprio anello e lo pose sulla mano di Giuseppe; lo fece rivestire di abiti di lino fine e gli mise al collo la collana d'oro. Poi lo fece montare sul suo secondo carro e davanti a lui si gridava: «Abrek!». E così lo si stabilì su tutta la terra di Egitto. Poi il faraone disse a Giuseppe: «Sono io il faraone, ma senza di te nessuno potrà alzare la mano o il piede in tutta la terra d'Egitto». E il faraone chiamò Giuseppe col nome di Zafnat-Paneach e gli diede in moglie Asenat, figlia di Potifera, sacerdote di On. Poi Giuseppe partì per visitare tutta la terra d'Egitto. Giuseppe aveva trent'anni quando si presentò al faraone, re d'Egitto.

      Poi Giuseppe uscì dalla presenza del faraone e percorse tutta la terra d'Egitto. Durante i sette anni di abbondanza la terra produsse a profusione. Egli raccolse tutti i viveri dei sette anni nei quali vi fu l'abbondanza nella terra d'Egitto, e ripose i viveri nelle città e cioè in ogni città ripose i viveri della campagna che aveva intorno. Giuseppe ammassò il grano come la sabbia del mare, in quantità grande assai, così da dover cessare di farne il computo, perché era incalcolabile.

      Intanto nacquero a Giuseppe due figli, prima che venisse l'anno della carestia; glieli partorì Asenat, figlia di Potifera, sacerdote di On. E Giuseppe chiamò il primogenito Manasse, «perché -- disse -- Dio mi ha fatto dimenticare ogni mio affanno e tutta la casa di mio padre». Ed il secondo lo chiamò Efraim, «perché -- disse -- Dio mi ha reso fecondo nella terra della mia afflizione».

      Poi finirono i sette anni dell'abbondanza che vi era stata nella terra d'Egitto e incominciarono a venire i sette anni di carestia, come aveva predetto Giuseppe. Ci fu carestia in tutti i paesi, ma in tutta la terra d'Egitto vi era del pane.

      Poi tutta la terra d'Egitto incominciò a sentire la fame, e il popolo gridò al faraone per il pane. Allora il faraone disse a tutti gli Egiziani: «Andate da Giuseppe, fate quello che vi dirà». La carestia dominava su tutta la superficie della terra. Allora Giuseppe aprì tutti i depositi in cui vi era del grano, e vendette il grano agli Egiziani. Ma la carestia s'inasprì nella terra d'Egitto. E tutti i paesi venivano in Egitto per comperare grano da Giuseppe, perché la carestia infieriva in tutta la terra.


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    • Capitolo XLII
    • {1}42

      Or Giacobbe seppe che in Egitto vi era del grano; perciò disse ai suoi figli: «Perché rimanete a guardarvi l'un l'altro?». E continuò: «Ecco: ho sentito dire che vi è grano in Egitto. Andate laggiù e comperate di là grano, affinché noi si possa vivere e non si debba morire». Allora i dieci fratelli di Giuseppe scesero in Egitto per comperare grano. Ma quanto a Beniamino, fratello di Giuseppe, Giacobbe non lo mandò con i fratelli, perché diceva: «Che non gli succeda qualche disgrazia!». Arrivarono dunque i figli di Israele per comperare il grano, in mezzo agli altri arrivati, perché nella terra di Canaan vi era la carestia. Or Giuseppe era il governatore del paese ed era lui che vendeva il grano a tutto il popolo del paese. Perciò i fratelli di Giuseppe vennero da lui e si prostrarono davanti a lui con la faccia per terra. Giuseppe vide i suoi fratelli e li riconobbe, ma fece lo straniero con loro, anzi disse loro parole dure. Domandò loro: «Da dove siete venuti?». Risposero: «Dalla terra di Canaan, per comperare viveri». Giuseppe riconobbe dunque i suoi fratelli, mentre essi non lo riconobbero. Allora Giuseppe ricordò i sogni che aveva avuto a loro riguardo e disse loro: «Voi siete spie! Siete venuti per vedere i punti deboli del paese». Gli risposero: «No, signore; ma i tuoi servi sono venuti per comperar viveri. Noi siamo tutti figli di un unico uomo. Noi siamo sinceri. I tuoi servi non sono spie!». Ma egli disse loro: «No; sono i punti deboli del paese che siete venuti a vedere!». Allora essi dissero: «Dodici sono i tuoi servi, siamo fratelli, figli di un unico uomo, nella terra di Canaan; ecco, il più piccolo è adesso presso nostro padre, e uno non c'è più!». Giuseppe disse loro: «La cosa sta come vi ho detto: voi siete spie. Perciò sarete messi alla prova: com'è vero che vive il faraone, non uscirete di qui se non quando sarà venuto qui il vostro fratello più piccolo. Mandate uno di voi a prendere vostro fratello; quanto a voi, rimarrete prigionieri. Siano così messe alla prova le vostre parole, se la verità è dalla vostra parte. Se no, com'è vero che vive il faraone, voi siete spie!». Poi li mise tutti insieme in residenza forzata per tre giorni.

      Al terzo giorno Giuseppe disse loro: «Fate così, e sarete salvi: anch'io temo Dio! Se voi siete sinceri, uno di voi fratelli resti prigioniero nella vostra residenza forzata e voialtri andate a portare il grano necessario alle vostre case. Poi mi condurrete qui il vostro fratello più piccolo, affinché le vostre parole siano verificate e non moriate». Essi fecero così. Allora si dissero l'un l'altro: «Certo su di noi grava la colpa nei riguardi di nostro fratello, perché noi che vedemmo l'angoscia dell'anima sua quando ci supplicava, non lo ascoltammo. E' per questo che ci è venuta addosso quest'angoscia». Ruben prese a dir loro: «Non ve lo dissi io: non peccate contro il ragazzo? Ma non mi deste ascolto. Ed ecco che ora ci si domanda conto del suo sangue». Essi non sapevano che Giuseppe li capiva, perché tra lui e loro vi era l'interprete. Allora egli si allontanò da loro e pianse. Poi tornò presso di loro e riprese a parlare con loro. Scelse tra loro Simeone e lo fece incatenare sotto i loro occhi.

      Poi Giuseppe comandò di riempire di grano i loro sacchi e di rimettere i pezzi d'argento di ognuno nel proprio sacco e di dare loro provvigioni per il viaggio. E così venne fatto.

      Essi caricarono il loro grano sui propri asini e partirono di là. Ora, nell'albergo, uno di loro aprì il suo sacco per dare del foraggio al suo asino, e vide il proprio denaro che stava alla bocca del sacco. E disse ai suoi fratelli: «Mi è stato restituito il mio danaro: eccolo qui nel mio sacco!». Allora si sentirono mancare il cuore e tremarono, dicendosi l'un l'altro: «Che è mai questo che Dio ci ha fatto?».

      Poi arrivarono da Giacobbe, loro padre, nella terra di Canaan e gli riferirono tutto quello ch'era loro capitato: «Quell'uomo che è signore dell'Egitto ci ha detto parole dure e ci ha trattato come spie del paese. Allora gli dicemmo: "Noi siamo sinceri; non siamo spie! Noi siamo in dodici fratelli, figli di nostro padre: uno non c'è più e il più piccolo è adesso presso nostro padre nella terra di Canaan". Ma l'uomo, signore del paese, ci disse: "E' così che io conoscerò se voi siete sinceri: lasciate qui con me uno di voi fratelli, prendete il grano per le vostre case e andate. Poi conducetemi il vostro fratello più piccolo, affinché sappia che non siete spie, ma che siete sinceri; io vi renderò vostro fratello e voi potrete percorrere il paese in lungo e in largo"».

      Or mentre vuotavano i loro sacchi, ecco che la borsa del denaro di ciascuno stava nel proprio sacco. Quando videro, essi e il loro padre, le loro borse di denaro, furono presi dal timore. E il loro padre Giacobbe disse loro: «Voi mi avete privato dei figli! Giuseppe non c'è più; Simeone non c'è più e Beniamino me lo volete prendere. E' su di me che tutto questo ricade!».

      Allora Ruben disse a suo padre: «Tu potrai far morire i miei due figli, se non te lo ricondurrò. Affidalo a me, e io te lo restituirò». Ma egli rispose: «Il mio figliolo non scenderà laggiù con voi, perché il suo fratello è morto ed egli è rimasto solo. Se gli capitasse una disgrazia durante il viaggio che volete fare, voi fareste discendere i miei bianchi capelli con cordoglio nell'oltretomba».


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    • Capitolo XLIII
    • {1}43

      Or la carestia gravava sul paese. Quando ebbero finito di mangiare il grano che avevano portato dall'Egitto, il loro padre disse loro: «Ritornate a comperarci un po' di viveri». Ma Giuda gli disse: «Quell'uomo ci ha formalmente dichiarato: "Non verrete alla mia presenza a meno che il vostro fratello non sia con voi!". Se tu sei disposto a lasciar partire con noi nostro fratello, noi scenderemo laggiù per comprarti grano; ma se tu non lo vuoi lasciar partire, noi non scenderemo, perché quell'uomo ci ha detto: "Non verrete alla mia presenza a meno che il vostro fratello non sia con voi!"». E Israele disse: «Perché mi avete dato questo dispiacere di far conoscere a quell'uomo che avevate ancora un fratello?». Risposero: «Quell'uomo ci interrogò con insistenza intorno a noi e alla nostra parentela, dicendo: "E' ancora vivo vostro padre? Avete qualche fratello?", e noi rispondemmo secondo queste domande. Potevamo noi sapere che egli avrebbe detto: "Conducete qui vostro fratello"?».

      E Giuda disse a Israele, suo padre: «Lascia venire il ragazzo con me, e poi leviamoci e andiamo, per poter vivere e non morire, sia noi che tu e i nostri bambini. Io mi rendo garante di lui: dalle mie mani lo reclamerai. Se non te lo avrò condotto, se non te lo avrò posto davanti, io sarò colpevole contro di te per tutta la vita. Che se non avessimo indugiato, ora saremmo già di ritorno per la seconda volta». Allora Israele, loro padre, disse: «Se è così, fate pure: prendete nei vostri bagagli i prodotti scelti del paese e portateli in dono a quell'uomo: un po' di balsamo, un po' di miele, di gomma e resina, dei pistacchi e delle mandorle. E riporterete con voi doppio danaro, il danaro cioè che fu rimesso nella bocca dei vostri sacchi lo riporterete indietro: forse si tratta di uno sbaglio. Prendete pure vostro fratello, e partite, ritornate da quell'uomo. Dio onnipotente vi faccia trovare misericordia presso quell'uomo, così che vi rilasci l'altro fratello e Beniamino. Quanto a me, una volta che dovrò esser privato dei miei figli, che ne sia privato».

      Gli uomini presero dunque questo dono, il doppio del denaro e anche Beniamino, e partirono, discesero in Egitto e si presentarono davanti a Giuseppe.

      Quando Giuseppe ebbe visto con loro Beniamino, disse a colui ch'era a capo della sua casa: «Conduci questi uomini in casa, macella quello che c'è da macellare e prepara, perché questi uomini mangeranno con me a mezzogiorno». Quel personaggio fece come Giuseppe aveva detto e introdusse gli uomini nella casa di Giuseppe. Ma i nostri uomini si spaventarono, perché venivano condotti in casa di Giuseppe, e dissero: «E' per causa del denaro, rimesso nei nostri sacchi l'altra volta, che noi siamo condotti là: per poterci assalire, piombarci addosso e prenderci come schiavi con i nostri asini!».

      Allora si avvicinarono all'uomo che era a capo della casa di Giuseppe e parlarono con lui alla porta di casa. Gli dissero: «Scusa, mio signore, noi venimmo qui già un'altra volta per comperare dei viveri. Quando fummo all'albergo, aprimmo i nostri sacchi ed ecco che il denaro di ciascuno si trovava alla bocca del suo sacco: proprio il nostro denaro col suo peso esatto. E allora noi l'abbiamo portato indietro, e per comperare dei viveri abbiamo portato con noi altro denaro. Non sappiamo chi sia stato a metterci nei sacchi il nostro denaro!». Ma quello disse: «State in pace, non temete! E' il vostro Dio e il Dio dei padri vostri che vi ha messo un tesoro nei sacchi; il vostro denaro è già pervenuto a me». E condusse loro Simeone.

      Poi quell'uomo fece entrare gli uomini nella casa di Giuseppe, diede loro dell'acqua perché si lavassero i piedi, e diede del foraggio ai loro asini. Essi prepararono il dono nell'attesa che Giuseppe arrivasse a mezzogiorno, perché avevano sentito dire che avrebbe mangiato con loro in quel luogo. Quando Giuseppe arrivò a casa, essi gli presentarono il dono che avevano con sé, e si prostrarono davanti a lui con la faccia a terra. Allora egli li salutò e disse: «Sta bene il vostro vecchio padre, di cui mi parlaste? Vive ancora?». Risposero: «Il tuo servo, nostro padre, sta bene, è ancora vivo», e s'inginocchiarono e fecero una prostrazione. Poi egli alzò gli occhi e vide Beniamino, suo fratello, il figlio di sua madre, e disse: «E' questo il vostro fratello più giovane, di cui mi parlaste?» e aggiunse: «Dio ti dia grazia, figlio mio!». E Giuseppe si affrettò ad uscire, perché si era commosso nell'intimo alla presenza di suo fratello, e sentiva il bisogno di piangere; entrò nella sua camera e lì pianse. Poi si lavò la faccia, uscì e, facendosi forza, ordinò: «Servite il pasto». Fu servito per lui a parte, per loro a parte e per gli Egiziani, che mangiavano con loro, a parte, perché gli Egiziani non possono prender cibo con gli Ebrei: ciò sarebbe un abominio per gli Egiziani. E si misero a sedere davanti a lui: il primogenito secondo la sua primogenitura e il più giovane secondo i suoi anni giovanili; e gli uomini si guardavano l'un l'altro con meraviglia. Egli fece portare loro delle porzioni prese dalla propria mensa, ma la porzione di Beniamino era cinque volte più grossa di quella di tutti gli altri. E con lui bevvero fino all'allegria.


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    • Capitolo XLIV
    • {1}44

      Poi egli ordinò a colui che era a capo della sua casa: «Riempi i sacchi di quegli uomini di tanti viveri quanti ne possono contenere, e metti il danaro di ciascuno alla bocca del proprio sacco; e metti la mia coppa, la coppa d'argento, alla bocca del sacco del più piccolo, col denaro del suo grano». Quello fece conforme a quanto aveva detto Giuseppe. Quando si schiarì la mattina, gli uomini furono fatti partire con i loro asini. Ma erano appena usciti dalla città e ancora non erano lontani, quando Giuseppe disse a colui che era a capo della sua casa: «Lèvati, insegui quegli uomini, raggiungili e dirai loro: "Perché avete reso male per bene? Non è forse quella la coppa in cui beve il mio signore e della quale si serve per indovinare? Avete fatto male a fare così!"». Quello li raggiunse e ripeté loro queste parole. Allora quelli gli dissero: «Perché il mio signore dice queste cose? Lungi dai tuoi servi il fare una tale cosa! Ecco, il denaro che abbiamo trovato alla bocca dei nostri sacchi te lo abbiamo riportato dalla terra di Canaan, e come potremmo rubare argento e oro dalla casa del tuo padrone? Quello dei tuoi servi presso il quale si troverà, sarà messo a morte; e noi pure, noi diventeremo schiavi del mio signore». Quello disse: «Ebbene, come avete detto, così sarà: colui presso il quale si troverà, sarà mio schiavo, e voi sarete innocenti». Si affrettarono dunque a scaricare a terra ciascuno il suo sacco e ciascuno aprì il suo sacco. E quello li frugò, cominciando dal maggiore e terminando col minore, e la coppa fu trovata nel sacco di Beniamino. Allora essi si stracciarono le vesti, ricaricarono ciascuno il suo asino e ritornarono nella città. Giuda e i suoi fratelli vennero nella casa di Giuseppe, che si trovava ancora là, e si gettarono in terra davanti a lui. Giuseppe disse loro: «Che azione è questa che avete commesso! Non sapete che un uomo come me è capace d'indovinare?». Giuda disse: «Che cosa diremo al mio signore? Come parlare? Come giustificarci? Dio ha ritrovato la colpa dei tuoi servi... Eccoci schiavi del mio signore, tanto noi quanto colui in possesso del quale fu trovata la coppa». Ma egli rispose: «Dio me ne guardi di far questo! L'uomo in possesso del quale fu trovata la coppa, lui sarà mio schiavo; quanto a voi, ritornate in pace da vostro padre».

      Allora Giuda gli si fece innanzi e disse: «Mi scusi il mio signore! Sia permesso al tuo servo di far sentire una parola agli orecchi del mio signore; e non si accenda la tua ira contro il tuo servo, perché tu e il faraone siete tutt'uno! Il mio signore aveva interrogato i suoi servi in questi termini: "Avete un padre o un fratello?". E noi rispondemmo al mio signore: "Abbiamo un padre vecchio, e un figliolo ancor piccolo, natogli in vecchiaia; suo fratello è morto ed egli è rimasto il solo dei figli di sua madre, e il padre suo lo ama". E tu dicesti ai tuoi servi: "Conducetelo qui da me, che lo possa vedere con i miei occhi". Noi rispondemmo al mio signore: "Il giovinetto non può abbandonare suo padre; se lascerà suo padre, questi ne morrà". Ma tu dicesti ai tuoi servi: "Se il vostro fratello minore non verrà qui con voi, non potrete più venire alla mia presenza". Quando dunque fummo risaliti dal tuo servo, mio padre, gli riferimmo le parole del mio signore. Poi nostro padre disse: "Tornate a comperare un po' di viveri". E noi rispondemmo: "Non possiamo scendere laggiù; se c'è con noi il nostro fratello minore, andremo laggiù, altrimenti non possiamo essere ammessi alla presenza di quell'uomo senza avere con noi il nostro fratello minore". Allora il tuo servo, mio padre, ci disse: "Voi sapete che due erano quelli che mi aveva partorito mia moglie. Uno partì da me, e dissi: senza nessun dubbio è stato sbranato!, e da allora non l'ho più visto. Se ora mi porterete via anche questo e gli capitasse una disgrazia, voi fareste scendere i miei bianchi capelli con cordoglio nell'oltretomba!". E adesso, quando io arriverò dal tuo servo, mio padre, e il giovinetto non sarà con noi, mentre la vita dell'uno è legata alla vita dell'altro, avverrà che, appena egli avrà visto che il giovinetto non è con noi, morirà, e i tuoi servi avranno fatto scendere i bianchi capelli del tuo servo, nostro padre, con cordoglio nell'oltretomba. Siccome il tuo servo si è reso garante del giovinetto presso mio padre, dicendo: "Se non te lo ricondurrò, sarò colpevole verso mio padre per tutta la vita", lascia, di grazia, che rimanga il tuo servo invece del giovinetto come schiavo del mio signore, e il giovinetto ritorni lassù con i suoi fratelli! Perché, come potrei ritornare da mio padre, mentre il ragazzo non è con me? Che io non veda il dolore che opprimerebbe mio padre!».


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    • Capitolo XLV
    • {1}45

      Allora Giuseppe non poté più contenersi davanti a tutte le persone che lo assistevano, e gridò: «Fate uscire tutti dalla mia presenza!». E così non restò nessuno presso di lui, mentre Giuseppe si faceva conoscere ai suoi fratelli, ma egli alzò la sua voce piangendo in modo che tutti gli Egiziani lo sentirono e la cosa fu risaputa nella corte del faraone. Giuseppe disse ai suoi fratelli: «Io sono Giuseppe! Vive ancora mio padre?». Ma i suoi fratelli non potevano rispondergli, perché erano sbigottiti alla sua presenza. Allora Giuseppe disse ai suoi fratelli: «Per favore, avvicinatevi a me!». E si avvicinarono. Egli riprese: «Io sono Giuseppe vostro fratello, che voi avete venduto per l'Egitto. Ma ora non vi addolorate né dispiaccia ai vostri occhi di avermi venduto quaggiù, perché fu per conservarvi in vita che Dio mi ha mandato avanti a voi. Perché già da due anni vi è la carestia nel paese, e ancora per cinque anni non vi sarà né aratura né mietitura. Ma Dio mi ha mandato avanti a voi, perché sia conservato per voi un resto sulla terra e salvarvi la vita con una grande liberazione. Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio, ed egli mi ha stabilito quale padre per il faraone, e come signore su tutta la sua corte e governatore di tutta la terra d'Egitto. Affrettatevi a risalire da mio padre per dirgli: "Così dice il tuo figlio Giuseppe: Dio mi ha stabilito come signore di tutto l'Egitto. Scendi quaggiù presso di me, e non tardare. Abiterai nella terra di Gosen e starai vicino a me, tu, i tuoi figli e i figli dei tuoi figli, i tuoi greggi, i tuoi armenti e tutto il tuo avere. Là io ti darò il sostentamento, dal momento che la carestia durerà ancora cinque anni, perché non debba cadere nell'indigenza tu, la tua famiglia e tutto il tuo avere". Ed ecco, i vostri occhi lo vedono e gli occhi di mio fratello Beniamino: è la mia bocca che vi parla! Riferite a mio padre tutta la gloria che io ho in Egitto e tutto quello che avete visto, e affrettatevi a condurre quaggiù mio padre».

      Allora egli si gettò al collo di Beniamino e pianse. E pure Beniamino piangeva stretto al suo collo. Poi baciò tutti i suoi fratelli e pianse stringendoli a sé. Dopo di che i suoi fratelli si misero a discorrere con lui.

      Intanto nella corte del faraone si diffuse la voce: «Sono arrivati i fratelli di Giuseppe!». Questo fece piacere al faraone e ai suoi ministri. Allora il faraone disse a Giuseppe: «Di' ai tuoi fratelli: "Fate questo: caricate i vostri giumenti e partite e arrivate nella terra di Canaan. Poi prendete vostro padre e le vostre famiglie e venite da me, che voglio darvi il meglio della terra d'Egitto e mangerete il fior fiore del paese". Ma tu comanda loro: "Fate questo: prendete con voi dalla terra d'Egitto dei carri da carico per i vostri bambini e le vostre donne, mettete su vostro padre e venite. Non abbiate rincrescimento per la vostra roba, perché il meglio di tutta la terra d'Egitto sarà vostro"».

      Così fecero i figli di Israele. Giuseppe diede loro alcuni carri da carico secondo l'ordine del faraone e diede loro una provvista per il viaggio. A tutti egli diede una muta di abiti per ciascuno, ma a Beniamino diede trecento sicli d'argento e cinque mute di abiti. Allo stesso modo mandò a suo padre dieci asini carichi dei migliori prodotti dell'Egitto e dieci asine cariche di grano, di pane e di vettovaglie per il viaggio di suo padre. Poi congedò i suoi fratelli, e mentre partivano disse loro: «Non litigate durante il viaggio!».

      Così essi risalirono dall'Egitto e arrivarono nella terra di Canaan dal loro padre Giacobbe. E subito gli riferirono: «Giuseppe è ancora vivo, anzi è governatore di tutta la terra d'Egitto!». Ma il suo cuore rimase intorpidito, perché non credeva loro. Quando però essi gli ebbero riferito tutte le parole che Giuseppe aveva detto loro, ed egli vide i carri da carico che Giuseppe gli aveva mandato per trasportarlo, allora lo spirito del loro padre Giacobbe si rianimò. Israele disse: «Basta! Giuseppe, il mio figliolo, è vivo. Io voglio andare a vederlo prima di morire!».


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    • Capitolo XLVI
    • {1}46

      Israele dunque levò le tende con tutto il suo avere e arrivò a Bersabea, dove offrì sacrifici al Dio di suo padre Isacco. Dio disse a Israele in una visione notturna: «Giacobbe, Giacobbe!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Io sono Dio, il Dio di tuo padre. Non temere di scendere in Egitto, perché laggiù io farò di te un grande popolo. Io scenderò con te in Egitto e io te ne farò anche risalire. E sarà Giuseppe che ti chiuderà gli occhi».

      Poi Giacobbe si levò da Bersabea e i figli di Israele fecero montare il loro padre Giacobbe, i loro bambini e le loro donne sui carri che il faraone aveva mandato per trasportarlo. Essi presero il loro bestiame e tutti i beni che avevano acquistato nella terra di Canaan e vennero in Egitto; Giacobbe cioè e con lui tutti i suoi discendenti; i suoi figli e i figli dei suoi figli, le sue figlie e le figlie dei suoi figli, tutti i suoi discendenti egli condusse con sé in Egitto.

      Questi sono i nomi dei figli d'Israele che entrarono in Egitto: Giacobbe e i suoi figli, il primogenito di Giacobbe, Ruben. I figli di Ruben: Enoch, Pallu, Chezron e Carmi. I figli di Simeone: Iemuel, Iamin, Oad, Iachin, Socar e Saul, figlio della Cananea. I figli di Levi: Gherson, Keat e Merari. I figli di Giuda: Er, Onan, Sela, Perez e Zerach; ma Er e Onan morirono nel paese di Canaan. Furono figli di Perez: Chezron e Amul. I figli di Issacar: Tola, Puva, Giobbe e Simron. I figli di Zabulon: Sered, Elon e Iacleel. Questi sono i figli che Lia partorì a Giacobbe in Paddan-Aram insieme con la figlia Dina; tutti i suoi figli e le sue figlie erano trentatré persone.

      I figli di Gad: Zifion, Agghi, Suni, Esbon, Eri, Arodi e Areli. I figli di Aser: Imma, Isva, Isvi, Beria e la loro sorella Serach. I figli di Beria: Eber e Malchiel. Questi sono i figli di Zilpa, che Làbano aveva dato alla figlia Lia; essa li partorì a Giacobbe: sono sedici persone.

      I figli di Rachele, moglie di Giacobbe: Giuseppe e Beniamino. A Giuseppe nacquero in Egitto Efraim e Manasse, che gli partorì Asenat, figlia di Potifera, sacerdote di On. I figli di Beniamino: Bela, Becher e Asbel, Ghera, Naaman, Echi, Ros, Muppim, Uppim e Arde. Questi sono i figli che Rachele partorì a Giacobbe; in tutto sono quattordici persone.

      I figli di Dan: Usim. I figli di Neftali: Iacseel, Guni, Ieser e Sillem. Questi sono i figli di Bila, che Làbano diede alla figlia Rachele, che essa partorì a Giacobbe; in tutto sette persone.

      Tutte le persone appartenenti a Giacobbe, uscite dai suoi fianchi, che entrarono in Egitto, senza contare le mogli dei figli di Giacobbe, sono sessantasei. I figli di Giuseppe, che gli nacquero in Egitto, sono due persone. Tutte le persone della famiglia di Giacobbe, che entrarono in Egitto, sono settanta.

      Ora egli aveva mandato Giuda avanti a sé da Giuseppe, perché lo introducesse nel paese di Gosen. Poi raggiunsero essi la terra di Gosen. Allora Giuseppe fece attaccare il suo carro da parata e salì in Gosen incontro a Israele, suo padre. Appena se lo vide davanti, gli si gettò al collo e pianse a lungo stretto al suo collo. E Israele disse a Giuseppe: «Che io muoia pure, stavolta, dopo aver visto la tua faccia, e che sei ancora vivo!». Allora Giuseppe disse ai suoi fratelli e alla famiglia di suo padre: «Vado a informare il faraone in questi termini: "I miei fratelli e la famiglia di mio padre, che erano nella terra di Canaan, sono venuti da me. Ora questi uomini sono pastori di gregge perché sono sempre stati gente dedita al bestiame, e hanno condotto i loro greggi, i loro armenti e tutto il loro avere". Quando dunque il faraone vi chiamerà e vi domanderà: "Qual è il vostro mestiere?", voi rispondete: "Gente dedita al bestiame sono stati i tuoi servi, dalla nostra fanciullezza fino ad ora, sia noi che i nostri padri". Questo allo scopo di poter risiedere nella terra di Gosen». Perché tutti i pastori di greggi sono un abominio per gli Egiziani.


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    • Capitolo XLVII
    • {1}47

      Giuseppe andò quindi a informare il faraone dicendo: «Mio padre e i miei fratelli, con i loro greggi e armenti e con tutto il loro avere, sono venuti dalla terra di Canaan; ed eccoli nella terra di Gosen». Intanto dal gruppo dei suoi fratelli egli aveva preso con sé cinque uomini e li presentò al faraone. Il faraone disse ai suoi fratelli: «Qual è il vostro mestiere?». Essi risposero al faraone: «Pastori di greggi sono i tuoi servi, sia noi che i nostri padri». Poi dissero al faraone: «E' per soggiornare come forestieri nel paese che noi siamo venuti, perché non c'è più pastura per il gregge dei tuoi servi; infatti è grave la carestia nella terra di Canaan. Deh, permetti che i tuoi servi risiedano nella terra di Gosen!». Allora il faraone disse a Giuseppe: «Tuo padre e i tuoi fratelli sono dunque venuti da te. Ebbene, la terra d'Egitto è a tua disposizione: fa' risiedere tuo padre e i tuoi fratelli nella parte migliore del paese. Risiedano pure nella terra di Gosen. E se tu riconosci che vi siano tra loro degli uomini capaci, costituiscili sopra i miei averi come capi dei greggi». Poi Giuseppe introdusse Giacobbe, suo padre, e lo presentò al faraone, e Giacobbe benedisse il faraone. Il faraone domandò a Giacobbe: «Quanti sono gli anni della tua vita?». Giacobbe rispose al faraone: «Gli anni della mia vita errante sono centotrenta; pochi e tristi sono stati gli anni della mia vita e non hanno raggiunto il numero degli anni dei miei padri, al tempo della loro vita errante». Poi Giacobbe benedisse il faraone e uscì dalla presenza del faraone.

      Giuseppe fece risiedere suo padre e i suoi fratelli e diede loro una proprietà nella regione d'Egitto, nella parte migliore del paese, nel territorio di Ramses, come aveva comandato il faraone. Giuseppe diede il sostentamento a suo padre, ai suoi fratelli e a tutta la famiglia di suo padre, fornendo pane fino all'ultimo pezzetto.

      Ora non c'era pane in tutto il paese, perché la carestia era grave assai: la terra d'Egitto e la terra di Canaan languivano per causa della carestia. Così Giuseppe ammassò tutto il denaro che si trovava nella terra d'Egitto e nella terra di Canaan come prezzo del grano ch'essi comperavano. Giuseppe consegnò questo denaro all'erario del faraone. Quando fu esaurito il denaro della terra d'Egitto e della terra di Canaan tutti gli Egiziani vennero da Giuseppe dicendo: «Dacci pane! Perché dovremo morire sotto i tuoi occhi? Infatti non c'è più denaro». Rispose Giuseppe: «Cedete il vostro bestiame, e io vi darò pane in cambio del vostro bestiame, se è finito il denaro». Allora condussero a Giuseppe il loro bestiame, e Giuseppe diede a loro pane in cambio dei cavalli e del piccolo bestiame, del grosso bestiame e degli asini; così in quell'anno li nutrì con pane in cambio di tutto il loro bestiame.

      Passato quell'anno, vennero a lui nell'anno seguente e gli dissero: «Non nascondiamo al mio signore che si è esaurito il denaro, e anche il possesso del bestiame è passato al mio signore, non rimane più a disposizione del mio signore se non il nostro corpo e il nostro terreno. Perché dovremmo perire sotto i tuoi occhi, sia noi che la nostra terra? Acquista noi e la nostra terra in cambio di pane, e diventeremo schiavi del faraone noi con la nostra terra; ma dacci di che seminare, così che possiamo vivere e non morire, e il suolo non diventi un deserto!». Allora Giuseppe acquistò per il faraone tutto il terreno dell'Egitto, perché gli Egiziani vendettero ciascuno il proprio campo, tanto infieriva su di loro la carestia. Così la terra divenne proprietà del faraone. Quanto al popolo, egli lo deportò nelle città da un capo all'altro della frontiera egiziana. Soltanto il terreno dei sacerdoti egli non acquistò, perché i sacerdoti avevano un'assegnazione fissa da parte del faraone, e si nutrivano dell'assegnazione che il faraone passava loro; per questo non vendettero il loro terreno.

      Poi Giuseppe disse al popolo: «Vedete che io ho acquistato oggi per il faraone voi e il vostro terreno. Eccovi della semente: seminate il terreno. Ma quando vi sarà il raccolto, voi ne darete un quinto al faraone, e quattro parti saranno vostre, per la semina dei campi, per nutrimento vostro e di quelli di casa vostra e per il nutrimento dei vostri bambini». Gli risposero: «Ci hai salvato la vita! Ci sia solo concesso di trovar grazia agli occhi del nostro signore, e saremo servi del faraone!». Così Giuseppe fece di questo una legge, che vige fino al giorno d'oggi sui terreni d'Egitto, per la quale si deve dare la quinta parte al faraone. Soltanto i terreni dei sacerdoti non divennero del faraone.

      Intanto Israele si stabilì nella terra d'Egitto, nel territorio di Gosen; ebbero dei possedimenti e furono fecondi e si moltiplicarono assai.

      Giacobbe visse nella terra d'Egitto diciassette anni, e i giorni di Giacobbe, gli anni della sua vita, furono centoquarantasette. Quando fu vicino il tempo della sua morte, Israele chiamò suo figlio Giuseppe e gli disse: «Se ho trovato grazia agli occhi tuoi, metti la tua mano sotto la mia coscia e usa con me bontà e fedeltà: di grazia, non seppellirmi in Egitto! Quando io mi sarò coricato con i miei padri, portami via dall'Egitto e seppelliscimi nel loro sepolcro!». Rispose: «Io farò secondo le tue parole». Riprese: «Giuramelo!». Egli glielo giurò; allora Israele si prostrò sul capezzale del letto.


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    • Capitolo XLVIII
    • {1}48

      Dopo queste cose fu detto a Giuseppe: «Vedi, tuo padre è ammalato!». Allora egli condusse con sé i suoi due figli Efraim e Manasse. Lo riferirono a Giacobbe e gli dissero: «Ecco, tuo figlio Giuseppe è venuto da te». Allora Israele raccolse le forze e si pose seduto sul letto. Giacobbe disse a Giuseppe: «Dio onnipotente mi apparve a Luz, nella terra di Canaan e mi benedisse; e mi disse: "Ecco, io ti farò fruttare e ti moltiplicherò e ti renderò un'accolta di popoli, e darò questa terra alla tua discendenza, dopo di te, quale possesso perpetuo". Sicché ora i tuoi due figli che ti sono nati nella terra d'Egitto, prima che io arrivassi da te in Egitto, sono miei: Efraim e Manasse saranno miei come Ruben e Simeone. Invece quelli che tu hai generato dopo di loro, saranno tuoi, col nome dei loro fratelli saranno chiamati nella loro eredità. Quanto a me, mentre io arrivavo da Paddan, Rachele mi morì nella terra di Canaan, durante il viaggio, quando mancava ancora un tratto di strada per arrivare ad Efrata, e l'ho sepolta là, lungo la strada di Efrata, che è Betlemme».

      Poi Israele vide i figli di Giuseppe e disse: «Chi sono questi?». Giuseppe rispose a suo padre: «Sono i miei figli che Dio mi ha dato qui». Riprese: «Portameli, di grazia, che io li metta sulle ginocchia». Ora gli occhi di Israele erano offuscati dalla vecchiaia: non poteva più distinguere. Egli allora li fece avvicinare a lui, che li baciò e li abbracciò. Israele disse a Giuseppe: «Io non pensavo di vedere più la tua faccia, ed ecco, Dio mi ha dato di vedere anche la tua figliolanza!». Allora Giuseppe li ritirò dalle sue ginocchia e si prostrò con la faccia a terra. Poi Giuseppe prese ambedue, Efraim con la sua destra, alla sinistra di Israele, e Manasse con la sua sinistra, alla destra di Israele, e li avvicinò a lui. Ma Israele stese la sua mano destra e la pose sul capo di Efraim, che pure era il più giovane, e la sua sinistra sul capo di Manasse, incrociando le braccia, benché Manasse fosse il primogenito. E così benedisse i figli di Giuseppe e disse:

      «Dio, davanti al quale camminarono i miei padri Abramo e Isacco,

      Dio che fu il mio pastore dacché esisto fino a questo dì,

      l'Angelo che mi ha liberato da ogni male, benedica questi fanciulli!

      Sopravviva in essi il mio nome e il nome dei padri miei Abramo e Isacco

      e si moltiplichino in gran numero in mezzo alla terra!».

      Giuseppe vide che suo padre aveva posato la sua destra sul capo di Efraim, e ciò gli spiacque. Prese perciò la mano di suo padre per levarla dal capo di Efraim e posarla sul capo di Manasse, e disse a suo padre: «Non così, padre mio: è questo il primogenito: posa la tua destra sul suo capo!». Ma suo padre ricusò e disse: «Lo so, figlio mio, lo so: anche lui diventerà un popolo, anche lui sarà grande, e tuttavia il suo fratello minore sarà più grande di lui e la sua discendenza diventerà una moltitudine di nazioni». E li benedisse in quel giorno, in questi termini:

      «Per te Israele benedirà dicendo:

      Dio ti renda come Efraim e come Manasse!».

      E così pose Efraim prima di Manasse.

      Poi Israele disse a Giuseppe: «Ecco, io sto per morire, ma Dio sarà con voi e vi farà ritornare alla terra dei vostri padri. Quanto a me, io do a te, in più che ai tuoi fratelli, un dorso di monte, che io tolsi dalle mani degli Amorrei, con la mia spada e il mio arco».


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    • Capitolo XLIX
    • {1}49

      Poi Giacobbe chiamò i suoi figli e disse: «Radunatevi, affinché io vi annunzi ciò che avverrà nei giorni futuri.

      Adunatevi e ascoltate, o figli di Giacobbe,

      date ascolto a Israele, vostro padre!

      Ruben, primogenito mio sei tu,

      mio vigore e primizia della mia virilità,

      esuberante di fierezza ed esuberante di forza!

      Bollente come acqua, non avrai preminenza,

      perché salisti sul letto di tuo padre;

      allora tu profanasti il giaciglio della consorte.

      Simeone e Levi sono fratelli,

      strumenti di violenza sono i loro coltelli.

      Nel loro conciliabolo non entri l'anima mia

      alla loro congrega non si fissi la mia gloria.

      Perché nella loro collera uccisero uomini

      e nella loro arroganza mutilarono tori.

      Maledetta la loro collera, perché violenta,

      e il loro furore, perché crudele!

      Io li dividerò in Giacobbe

      e li disperderò in Israele.

      Giuda, te loderanno i tuoi fratelli;

      la tua mano sarà sulla cervice dei tuoi nemici;

      a te si prostreranno i figli di tuo padre.

      Un giovane leone è Giuda:

      dalla preda, figlio mio, tu risali:

      si rannicchia, si accovaccia come un leone

      e come una leonessa; chi lo può disturbare?

      Non sarà tolto lo scettro da Giuda

      né il bastone di comando di tra i suoi piedi,

      finché sia portato il tributo a lui

      e sua sia l'obbedienza dei popoli.

      Egli che lega alla vite il suo asinello

      e a scelta vite il figlio dell'asina sua;

      egli che lava nel vino la sua veste

      e nel sangue dell'uva il suo manto;

      egli che ha gli occhi lucidi per il vino

      e bianchi i denti per il latte.

      Zabulon dimora sul lido dei mari;

      egli è sul lido delle navi,

      mentre ha il suo fianco sopra Sidone.

      Issacar è un asino robusto,

      sdraiato fra i tramezzi del recinto.

      Vide che il riposo è buono,

      e che il paese era ameno,

      ha piegato il suo dorso per portar soma,

      è divenuto uno schiavo da fatica.

      Dan giudica il suo popolo

      come una delle tribù d'Israele.

      Dan sarà un serpente sulla strada

      una vipera cornuta sul sentiero

      che morde i talloni del cavallo,

      sì che il suo cavaliere cade all'indietro.

      Da te spero la salvezza, o Signore!

      Gad, predoni lo assalteranno,

      ma anch'egli li assalirà alle calcagna.

      Da Aser verrà un pingue pane,

      egli darà delizie reali.

      Neftali è una cerva liberata;

      egli pronuncia graziosi discorsi.

      Giuseppe è un torello,

      un torello, figlio della fonte;

      tra i pascoli saltella il figlio della vacca.

      L'hanno provocato e colpito,

      l'hanno osteggiato i signori della saetta.

      Rimase saldo per l'Onnipotente il suo arco,

      furon rinforzate le sue braccia e le sue mani,

      dalle mani del Potente di Giacobbe,

      dal nome del Pastore, Pietra d'Israele.

      Dal Dio di tuo padre -- ch'Egli ti aiuti!

      Da Dio onnipotente -- ch'Egli ti benedica:

      benedizioni del cielo, sopra;

      benedizioni dell'abisso che giace sotto;

      benedizioni delle mammelle e del grembo.

      Benedizioni di tuo padre e di tua madre

      superiori alle benedizioni dei Progenitori del `Ad,

      dell'abitazione dei colli eterni.

      Siano sul capo di Giuseppe

      sulla testa del principe dei suoi fratelli.

      Beniamino è un lupo rapace

      la mattina divora la preda

      e la sera spartisce le spoglie».

      Tutti questi formano le dodici tribù d'Israele, questo è ciò che disse loro il loro padre, quando li benedisse: ciascuno egli benedisse con una benedizione particolare.

      Poi comandò loro: «Io sto per essere riunito al mio popolo: seppellitemi presso i miei padri, nella spelonca che è nel campo di Efron, l'hittita, nella spelonca che si trova nel campo di Macpela di fronte a Mamre nella terra di Canaan, quella che Abramo comperò col campo da Efron, l'hittita, come sepolcro di sua proprietà. Là seppellirono Abramo e Sara, sua moglie, là seppellirono Isacco e Rebecca, sua moglie, e là seppellii Lia. Il campo e la spelonca che si trova in esso sono un possesso acquistato dagli Hittiti».

      Quando Giacobbe ebbe finito di comandare ai suoi figli, ritirò i suoi piedi nel letto e spirò, e fu riunito al popolo suo.


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    • Capitolo L
    • {1}50

      Allora Giuseppe si gettò sulla faccia di suo padre e pianse su di lui e lo baciò. Poi Giuseppe ordinò ai medici ch'erano a suo servizio di imbalsamare suo padre. I medici imbalsamarono Israele, e ci vollero quaranta giorni, perché tanti se ne richiedono per l'imbalsamazione. Gli Egiziani lo piansero settanta giorni. Passati i giorni del suo lutto, Giuseppe parlò alla corte del faraone: «Deh, se ho trovato grazia ai vostri occhi, vogliate riferire agli orecchi del faraone queste parole: Mio padre mi ha fatto giurare, dicendo: "Ecco, io sto per morire: tu devi seppellirmi nel mio sepolcro che mi sono scavato nella terra di Canaan". Permettimi dunque di salire ora a seppellire mio padre, poi ritornerò». Il faraone rispose: «Sali e seppellisci tuo padre com'egli ti ha fatto giurare». Allora Giuseppe salì a seppellire suo padre e con lui salirono tutti i ministri del faraone, gli anziani della sua casa, tutti gli anziani della terra di Egitto, tutta la casa di Giuseppe e i suoi fratelli e la casa di suo padre: lasciarono nella terra di Gosen soltanto i loro bambini e i loro greggi e i loro armenti. Con lui salirono pure i carri da guerra e la cavalleria, così da formare un corteggio imponente assai. Giunti all'Aia di Atad, che è al di là del Giordano vi fecero grandi e profondissimi lamenti e Giuseppe celebrò per suo padre un lutto di sette giorni. I Cananei che abitavano il paese videro il lutto all'Aia di Atad e dissero: «E' un lutto grave questo per gli Egiziani». Per questo la si chiamò Abel-Mizraim, che si trova al di là del Giordano. Poi i suoi figli fecero per lui quello che egli aveva ordinato loro, lo trasportarono nella terra di Canaan e lo seppellirono nella caverna del campo di Macpela, che Abramo aveva comperato col campo da Efron l'hittita come proprietà sepolcrale, e che si trova in faccia a Mamre. Poi, dopo aver sepolto suo padre, Giuseppe tornò in Egitto insieme con i suoi fratelli e con tutti quelli che erano saliti con lui a seppellire suo padre.

      Ma i fratelli di Giuseppe incominciarono ad aver paura, dato che il loro padre era morto, e dissero: «Chissà se Giuseppe non ci tratterà da nemici e non ci renderà tutto il male che noi gli facemmo?». Allora mandarono a dire a Giuseppe: «Tuo padre, prima della sua morte ha dato quest'ordine: "Così direte a Giuseppe: Deh, perdona il delitto dei tuoi fratelli e il loro peccato, perché ti hanno fatto del male!". Or dunque, perdona il delitto dei servi del Dio di tuo padre!». Giuseppe pianse quando gli si parlò così. Poi andarono i suoi fratelli stessi e si gettarono a terra davanti a lui e dissero: «Eccoci tuoi schiavi!». Ma Giuseppe disse loro: «Non temete! Sono io forse al posto di Dio? Se voi avevate ordito del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: salvare la vita ad un popolo numeroso. Or dunque non temete, io provvederò al sostentamento per voi e per i vostri bambini». Così li consolò e fece loro coraggio.

      Ora Giuseppe con la famiglia di suo padre abitò in Egitto; e Giuseppe visse centodieci anni. Così Giuseppe vide i figlioli di Efraim fino alla terza generazione, ed anche i figli di Machir, figlio di Manasse, nacquero sulle ginocchia di Giuseppe. Poi Giuseppe disse ai suoi fratelli: «Io sto per morire, ma Dio verrà certamente a visitarvi e vi farà salire da questa terra alla terra ch'egli ha promesso con giuramento ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe». Giuseppe fece giurare i figli di Israele in questi termini: «Dio verrà certamente a visitarvi, e allora voi porterete via di qui le mie ossa».

      Poi Giuseppe morì all'età di centodieci anni; lo imbalsamarono e fu posto in un sarcofago in Egitto.


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      Ravasi Esegesi Genesi

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